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Le case rifugio e le strutture residenziali non specializzate per le vittime di violenza - Anno 2024

La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e contro la violenza domestica (Istanbul, 2011) prevede che gli Stati aderenti predispongano “servizi specializzati di supporto immediato, nel breve e lungo periodo, per ogni vittima di un qualsiasi atto di violenza che rientra nel campo di applicazione” della Convenzione.

A partire dalla ratifica in Italia della suddetta Convenzione i Piani nazionali contro la violenza hanno segnato un importante cambio di passo nella conoscenza del sistema della protezione delle donne vittime di violenza.

L’Istat ha iniziato dal 2017 a rilevare dati sul Sistema della Protezione delle donne vittime di violenza. Nel 2018 sono state avviate le Indagini sulle prestazioni ed erogazioni dei servizi offerti dai Centri antiviolenza e analoga rilevazione sulle Case rifugio, nel 2020 è stata realizzata la rilevazione statistica sull’Utenza dei Centri antiviolenza, nonché la diffusione dei dati del numero di pubblica utilità Anti Violenza e Stalking 1522. Queste rilevazioni sono realizzate in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità (DPO) della Presidenza del Consiglio e con le Regioni.

La Legge n.53 del 2022 “Disposizioni in materia di statistiche in tema di violenza di genere” prevede che l’Istat conduca queste indagini per conoscere le caratteristiche dell’utenza che si rivolge ai Centri antiviolenza e alle Case rifugio, inclusa la relazione autore-vittima, la tipologia di violenza subita, la presenza di figli e la tipologia di servizi forniti. L’articolo 7, inoltre, richiede dati sulle strutture non aderenti all’Intesa Stato-Regioni. Per rispondere a questa esigenza conoscitiva l’Istat si è attivato per avere anche informazioni sulle strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie che accolgono donne vittime di violenza, pur non essendo Case rifugio.

Il focus presentato nelle pagine seguenti riguarda i servizi e le caratteristiche organizzative delle Case rifugio e dei presidi socio-assistenziali che ospitano donne vittime di violenza. Il 10 marzo 2026 è stato pubblicato il report su I Centri antiviolenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza.

L’Istat e il Dipartimento per le Pari Opportunità rendono disponibile, tramite uno specifico sistema informativo, un quadro integrato e tempestivamente aggiornato di informazioni ufficiali sulla violenza contro le donne in Italia. L’obiettivo è fornire dati e indicatori statistici di qualità che offrano una visione di insieme su questo fenomeno attraverso l’integrazione di dati provenienti da varie fonti messe a disposizione, oltre che da Istat, da DPO, Ministeri, Regioni, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Centri antiviolenza, Case rifugio e altri servizi come il numero di pubblica utilità Anti Violenza e Stalking 1522.

I principali risultati

  • Nel 2024 sono state più di 8.200 le persone adulte e minori accolte nelle strutture residenziali specializzate (Case rifugio) e non specializzate (Presidi residenziali assistenziali e socio-sanitari) per motivi legati alla violenza di genere.
  • Sono 3.815 le donne vittime di violenza ospitate, di cui 3.148 nelle Case rifugio e 667 nelle strutture residenziali non specializzate.
  • Sono 4.412 i minori ospiti delle strutture: 3.013 sono i figli delle donne vittime di violenza accolte in Casa rifugio (erano 2.875 nel 2023) che potrebbero avere assistito o subito a loro volta la violenza, mentre 1.399 sono i minori vittime di violenza ospiti in strutture non specializzate.
  • Nel 2024 è aumentata dell’8,4% rispetto al 2023 l’offerta delle Case rifugio.
  • Il tasso di copertura delle Case rifugio è tuttavia ancora basso (0,17 ogni 10mila donne in Italia) con differenze territoriali importanti (si va dallo 0,23 del Nord-ovest allo 0,10 del Centro e del Sud).
  • Sono aumentate anche le donne ospiti delle Case rifugio, circa 3.150 nel 2024 (erano 3mila nel 2023).
  • Sono di più le donne ospitate nel Nord-est (1,6 per 10mila donne), nel Nord-ovest (1,1 per 10mila donne) e nelle Isole (1,0), rispetto al Centro e al Sud (entrambe 0,8 per 10mila donne), rispetto al valore di 1,0 del totale Italia.
  • Si conferma elevata la specializzazione delle Case in tema di violenza di genere (il 69% dei gestori ricopre questa funzione da più di 13 anni e il 91,6% del personale ha seguito un percorso di formazione).
  • Sono tante le figure professionali che operano nelle Case per supportare il cammino delle donne verso l’uscita dalla situazione di violenza e l’autonomia: sono soprattutto coordinatrici, operatrici, educatrici, psicologhe, avvocate e assistenti sociali. In media, in ogni Casa sono impegnate 11 lavoratrici (17 nelle Case del Centro, 12 nel Nord-est e nove nel Nord-ovest e nel Sud). Molte sono ancora le professioniste volontarie.
  • I servizi offerti sono molteplici, erogati spesso con il supporto dei Centri antiviolenza e dei servizi sul territorio, con i quali le Case lavorano in rete (il 92,8% delle Case aderisce ad una rete territoriale di soggetti istituzionali). I servizi più frequenti sono il supporto psicologico e la consulenza legale, l’accompagnamento agli altri servizi, l’orientamento al lavoro e all’autonomia abitativa, il supporto alla genitorialità e i servizi dedicati ai minori ospiti.
  • Nel 2024 sono 2.210 le donne uscite dalle Case rifugio. Delle 2.117 per cui si conosce il motivo di uscita, 825 hanno lasciato la Casa perché hanno raggiunto gli obiettivi del percorso di uscita dalla violenza concordato con le operatrici della Casa, mentre 213 sono tornate dal maltrattante e 274 hanno abbandonato il percorso di uscita dalla violenza. Le restanti 805 donne hanno lasciato la Casa per il trasferimento ad altre strutture o abitazioni private, la conclusione del percorso in ospitalità e altri motivi.
  • Oltre che nelle Case, le donne vittime di violenza possono essere ospitate in strutture residenziali, sia in alternativa al percorso in Casa rifugio, sia successivamente nel cammino verso l’uscita dalla situazione violenta, dopo il periodo trascorso in Casa rifugio. Le donne vittime di violenza ospiti al 1° gennaio 2024 in 216 strutture residenziali non specializzate sono 667, di cui 203 (30,4%) sono ospitate in strutture non specializzate ma dedicate alla violenza di genere.
  • Al 1° gennaio 2024 i minori vittime di violenza nelle strutture residenziali non specializzate sono 1.399. Le strutture che accolgono minori sono di piccole dimensioni: in nove casi su 10 hanno meno di 15 posti letto.

Aumenta il numero delle Case rifugio

Nel 2024 è cresciuta l’offerta delle Case rifugio (CR), tendenza in atto dal 2020: le donne vittime di violenza possono contare su 503 CR, l’8,4% in più rispetto alle 464 attive nel 2023, registrando l’incremento più consistente degli ultimi tre anni. Incrementi importanti si sono avuti anche dopo la pandemia tra il 2019 e il 2020 (+25,3%) e tra il 2020 e il 2021 (+17,8%) a seguito dell’implementazione dei primi piani nazionali contro la violenza.

La distribuzione territoriale delle Case rifugio non è omogenea sul territorio nazionale. Nelle regioni del Nord-ovest si trova il 37,2% delle Case, il 23,9% nel Nord-est, il 13,7% al Sud, il 13,1% nelle Isole e il 12,1% nel Centro.

Se si rapportano le strutture alla popolazione femminile cui potenzialmente sono rivolte, l’offerta delle Case rifugio è pari a 0,17 per 10mila donne residenti in Italia, con importanti differenze territoriali (l’offerta delle Case nel Nord-ovest è pari a 0,23 per 10mila donne residenti, nelle Isole e nel Nord-est a 0,20 mentre al Centro e al Sud è pari a 0,10); considerando esclusivamente le donne vittime di violenza, l’offerta sale a 2,16 ogni 10mila vittime.

e per ulteriori 10 milioni per ciascuno dei tre anni successivi, grazie alla “Legge di stabilità 2014”. Nel tempo il fondo è stato incrementato sulla base di singole disposizioni nell’ambito delle manovre finanziarie o attraverso altri interventi finanziari.

I gestori sono in prevalenza soggetti privati

Le Case rifugio che hanno risposto alla rilevazione si caratterizzano per la natura privata del loro ente promotore. Più di quattro Case su cinque (78,5% nel 2024; 78,1% nel 2023) hanno un ente promotore privato qualificato nel sostegno e nell’aiuto alle donne vittime di violenza; il valore massimo si registra nel Nord-ovest (88,6%).

Le quote più elevate di promotori di natura pubblica, nella forma di enti locali in forma singola o associata, sono invece al Centro (32,7%).

Inoltre, nella maggior parte dei casi (82,7%) l’ente promotore e quello gestore che fornisce il servizio coincidono. Nei casi in cui il gestore è un ente diverso dal promotore (74 su 428), si tratta per lo più di un promotore pubblico che delega a un ente privato l’erogazione dei servizi (87,8%).

Il livello di professionalità delle Case rifugio è alto. Il 97,3% degli enti promotori privati e il 96,3% dei gestori privati hanno più di cinque anni di esperienza in materia di violenza contro le donne.

Il 38,1% dei promotori privati delle Case rifugio e il 36,8% degli enti gestori privati si occupa esclusivamente di violenza di genere. Questi ultimi in particolare si occupano del tema da più di 13 anni nell’89,1% dei casi. I gestori che invece non si occupano esclusivamente di violenza di genere lavorano comunque su questo tema da molti anni (il 68,5% da più di 13 anni).

L’attività di prevenzione e contrasto alla violenza maschile è indicata quasi sempre negli statuti degli enti promotori privati (88,7% di essi) e di frequente negli atti costitutivi degli stessi (66,1%).

Ancora insufficiente la disponibilità dei posti nelle Case rifugio

Sono 3.148 le donne che hanno trovato ospitalità nelle Case rifugio nel corso del 2024 (nel 2023 erano 3.054). In oltre il 60% dei casi (circa 2mila donne) si tratta di donne straniere, non sempre residenti.

Le donne restano nella Casa rifugio in media 148 notti (erano 141 nel 2023). Il valore più basso di permanenza media si rileva in Molise (15 notti), quello più alto in Toscana (197 notti).

Le Case rifugio rilevate hanno in media 6,7 posti letto autorizzati (7,2 nel 2023), un dato più elevato nelle Isole (10,3), e minimo nel Nord-ovest (5,2).

Come accaduto negli anni precedenti, per far fronte alle molteplici richieste di accoglienza in alcuni casi le Case hanno attivato, laddove possibile, altri posti letto. Il numero medio di posti letto effettivamente attivati è pari a 8,0 (8,6 nel 2023) e 66 Case hanno dichiarato di avere bisogno di una capacità di accoglienza almeno tripla rispetto a quella attuale. Inoltre, 180 Case hanno segnalato la difficoltà ad accogliere donne per indisponibilità di posti. A livello territoriale sono di nuovo le Isole, seguite dal Sud, ad avere attivato il maggiore il numero di posti letto (rispettivamente 10,8 e 10,4).

Molte le Case che offrono servizi utili alle donne straniere

La maggior parte delle Case rifugio (269 Case, ossia il 62,9%) è costituita da strutture per la protezione delle donne ed eventuali loro figli laddove ricorrano motivi di sicurezza (strutture di protezione di primo livello).

L’ospitalità offerta in questi casi è spesso programmata in urgenza (0,3%) oppure è un’ospitalità di medio-lungo periodo (87,7%). Circa la metà di queste Case (il 51,7%; 139 Case) è anche in grado di offrire ospitalità in emergenza.

Sono invece strutture per l’accompagno verso la semi-autonomia (protezione di secondo livello) 107 Case (25,0% del totale) e circa un terzo di queste (32 Case; il 29,9%) fornisce anche ospitalità in emergenza. Il 12,1% delle Case (52) sono invece strutture per la pronta emergenza: offrono tutte ospitalità in emergenza e in alcuni casi anche ospitalità programmata (46,2%) o di medio-lungo periodo (32,7%).

La sicurezza delle donne ospitate resta centrale nel sostegno offerto dalle Case di ogni tipologia: il piano di sicurezza individuale è stato predisposto nel 92,8% delle Case e il 79,7% è in grado di offrire protezione e ospitalità in urgenza sulla base della valutazione del rischio (84,8% nel 2023).

Le donne ospitate partecipano attivamente alla cura della Casa e alla preparazione dei pasti: se ne occupano da sole nell’85,7% delle Case mentre nel 13,6% lo fanno insieme alle operatrici. Le Case organizzano laboratori artigianali e ricreativi per le donne e per i loro figli nel 74,3% delle Case.

Le donne ospitate nelle Case rifugio sono sostenute nel loro percorso individuale in vari modi. In quasi tutte le Case (oltre il 90%) le operatrici offrono il servizio di orientamento e accompagnamento delle donne ospitate presso gli uffici giudiziari e gli altri servizi della rete territoriale, garantiscono il supporto psicologico e la consulenza legale, l’orientamento al lavoro e all’autonomia abitativa.

Spesso sono forniti servizi rivolti ai figli delle donne accolte, come i servizi educativi e il sostegno scolastico per i minori e il sostegno alla genitorialità (oltre l’87%), anche in collaborazione con i Centri antiviolenza e altri soggetti della rete. Inoltre, circa tre Case su quattro mettono a disposizione dei minori un sostegno psicologico dedicato (76,9%).

I figli ospitati sono stati più di 3mila (2.875 nel 2023). Solo due Case (lo 0,5%) non accolgono i figli della donna, 159 li accolgono senza restrizioni, mentre 267 Case offrono ospitalità con limitazioni. Di queste 266 hanno limitazioni legate all’età dei figli maschi e 48 Case anche all’età delle figlie femmine.

Il lavoro di rete gioca un ruolo cruciale nel sostegno delle donne e nella possibilità di rispondere ai loro bisogni. Il collegamento delle Case con gli altri servizi territoriali è garantito dall’adesione alle reti territoriali di governance contro la violenza, intesa come gestione, direzione e conduzione dei servizi offerti dai vari soggetti istituzionali (92,8% delle Case). Le reti sono coordinate più frequentemente dai Comuni (40,8%), seguono gli Ambiti della programmazione sociale e socio-sanitaria (21,7%), le Prefetture (10,1%), le Regioni (9,1%) e le Case rifugio stesse o i Centri Antiviolenza (nell’8,8% dei casi).

Circa il 40% delle donne raggiunge gli obiettivi del percorso concordato con la Casa

Tra le donne che hanno lasciato la Casa rifugio durante l’anno e di cui si conoscono i motivi di uscita dalla casa (poco più di 2.100), il 39,0% ha raggiunto gli obiettivi del percorso personalizzato di uscita dalla violenza concordato con le operatrici della Casa; un ulteriore 29,5% si è trasferito in un’altra struttura o in una residenza privata. Il 12,9% delle donne ha abbandonato il percorso intrapreso, il 10,1% è tornato a vivere con l’autore della violenza e il 4,1% ha raggiunto il limite di tempo di ospitalità previsto dalla struttura. Il 4,4% ha indicato altri motivi.

Si segnala che il sostegno alle donne continua anche dopo la loro uscita dalla Casa: le donne continuano infatti ad essere seguite dalle operatrici del 62,4% delle Case rifugio, con valori più alti al Centro e al Nord-est.

Elevata la specializzazione del personale

Nelle Case rifugio nel 2024 hanno lavorato 4.702 donne, il 27,6% (1.299) delle quali è composto da volontarie (con un minimo del 17,8% al Sud e un massimo del 34,8% nel Centro).

Il 32,2% delle Case non ha personale volontario, quota che raggiunge il valore massimo nelle Isole (62,5%). Al contrario la quota di Case che si reggono soprattutto sulle volontarie sono pari solamente al 2,6% (11 Case hanno tra il 76 e il 100% di personale volontario).

Considerando solo il personale retribuito, il 78,5% delle Case rifugio ha meno di 10 figure professionali, il 17,3% ne ha da 11 a 15 e solo il 4,2% ne ha più di 15.

Oltre alle coordinatrici (97,4%) e al personale amministrativo (78,5%), le figure professionali più spesso presenti nelle Case sono le operatrici di accoglienza (87,9%), le educatrici (79,0%) e le psicologhe (75,7%).

In circa la metà delle strutture ci sono avvocate (47,2%) mentre in oltre una Casa su tre sono presenti le assistenti sociali (38,8%). Le figure meno frequenti sono le mediatrici culturali (32,0%) e le addette alla comunicazione (24,5%).

Alle operatrici e al personale, sia retribuito sia volontario, è stata garantita una formazione obbligatoria almeno una volta all’anno (91,6% delle Case; 392 sulle 428 rispondenti). Nelle regioni del Nord-ovest si trovano le Case più virtuose, che hanno ottemperato a questo obbligo nel 95,8% dei casi, le meno virtuose nelle Isole (87,5%). Per il 9,1% delle Case la formazione obbligatoria è mensile, per il 16,8% trimestrale.

Nel corso del 2024 il 68,2% delle Case ha organizzato corsi di formazione o aggiornamento specifici per il personale. Laddove vengono organizzati, i corsi riguardano nell’88,4% dei casi l’approccio di genere e “la metodologia dell’accoglienza delle donne tra donne”, nell’82,5% la gestione delle vittime di violenza assistita, nel 67,5% i contenuti della Convenzione di Istanbul e nel 61,3% la valutazione del rischio.

Il 94,9% delle Case rifugio ha realizzato durante l’anno attività di supervisione sull’operato del personale e sulla qualità delle relazioni personali instaurate tra le operatrici e tra queste e le donne accolte nelle strutture. Nella maggior parte dei casi (70,4%) tale attività è stata svolta con una frequenza mensile, nel 16,7% trimestrale, nel 7,6% settimanale e nel 5,2% dei casi semestrale o annuale.

Garantita la sicurezza e la privacy delle donne

La sicurezza e la privacy delle donne ospitate sono garantite dall’indirizzo segreto delle Case (91,4%) e da altri sistemi di sicurezza come il servizio di allarme (47,2%), la presenza di una linea telefonica diretta con le Forze di polizia (29,7%) e, più raramente, il servizio di sorveglianza notturna (13,1%) e quello di portineria (11,9%). Solamente il 2,6% delle Case dichiara di non aver previsto alcun sistema di sicurezza per garantire la protezione delle donne ospitate dagli autori di violenza.

Quasi tutte le Case (90,4%) inoltre offrono una reperibilità 24 ore su 24. La grande maggioranza delle Case rifugio (l’87,6%), senza differenze sostanziali a livello territoriale, dispone di locali da utilizzare per consulenze e colloqui, assicurando la privacy delle utenti.

Il 67,8% delle Case è inoltre dotato di una linea telefonica dedicata ai vari operatori della rete, quali Forze dell’ordine, pronto soccorso, assistenti sociali, operatrici dei Centri antiviolenza.

Quasi tutte le Case (98,6%) operano in modo integrato con i servizi socio-sanitari e assistenziali del territorio.

Fondi pubblici e contributi degli enti locali per quasi tutte le Case rifugio

Il 76,9% delle Case rifugio riceve esclusivamente fondi pubblici, il 21,0% sia fondi pubblici sia privati, lo 0,9% solo privati, mentre cinque Case (1,2%) per poter finanziare le proprie attività sono ricorse a iniziative di raccolta fondi o di autofinanziamento (4 Case) e al contributo economico sostenuto dalle donne ospitate (1 Casa rifugio).

Nel 2024 10 Case rifugio hanno beneficiato di finanziamenti direttamente legati a un progetto dell’Unione europea.

Alle Case arrivano finanziamenti pubblici di importi molto diversi: si va da meno di 10mila euro (per l’11,3% delle Case) a più di 100mila euro per il 17,3% delle Case.

L’ammontare più frequente dei finanziamenti pubblici è tra 25mila e 50mila euro e riguarda il 28,0% delle Case. Poco meno della metà delle Case (44,2%) riceve più di 50mila euro.

Durante il 2024 il 74,1% delle Case rifugio (317 su 428) ha percepito dall’Ente locale una retta o un contributo giornaliero per le donne ospitate, di queste 266 Case (83,9%) avevano avuto accesso anche ad altri fondi pubblici. Le Case che hanno beneficiato delle rette da parte degli enti locali sono più spesso nelle regioni del
Nord-ovest (92,8%). La quota invece è più bassa nel resto d’Italia: hanno ricevuto una retta dall’Ente locale circa il 69% delle Case delle Isole e del Sud, il 65,5% delle Case che si trovano nel Centro e il 55,8% di quelle nel Nord-est.

Gli importi relativi ai finanziamenti da fonte privata sono molto più bassi: l’ammontare non supera i 10mila euro per il 66,0% delle Case che ne ha ricevuti, contro il 10,6% che ha ricevuto più di 50mila euro.

Sono 2.066 le persone vittime di violenza nelle strutture residenziali non specializzate

In determinate circostanze le donne e i minori vittime di violenza vengono accolti presso strutture residenziali non specializzate: questo avviene, ad esempio, quando la Casa rifugio non ha disponibilità o quando la donna rifiuta di essere accolta in una Casa rifugio privilegiando una soluzione che garantisca un minore distacco dal proprio contesto di vita quotidiano. In altri casi si tratta, invece, di donne che, concluso il periodo di permanenza in Casa rifugio, vengono inserite in strutture residenziali di primo e di secondo livello finalizzate a sostenere un percorso graduale verso l’autonomia abitativa e personale. Per quanto riguarda i minori, invece, in caso di violenza intervengono i servizi sociali che dispongono l’allontanamento dall’autore della violenza e l’inserimento in un percorso di protezione all’interno di strutture socio-assistenziali.

In Italia al 1° gennaio 2024 sono 2.066 le persone vittime di violenza nelle strutture residenziali non specializzate, di cui 667 donne e 1.399 minori. La percentuale di donne vittime di violenza sul totale delle donne ospiti delle strutture residenziali mostra un trend in lieve calo passando dal 3,1% del 2017 al 2,4% dell’ultima rilevazione. Questo leggero decremento potrebbe riflettere un progressivo aumento, nello stesso periodo, delle strutture specializzate, ancora non sufficienti però a coprire l’intera popolazione femminile interessata.

La percentuale di minori vittime di abuso sul totale dei minori ospiti delle strutture residenziali non specializzate rimane invariata tra l’inizio (2017) e la fine (2024) del periodo di osservazione (6,4% di minori vittime di violenza sul totale dei minori presenti nelle strutture residenziali) mentre nel corso degli anni centrali, in particolare a cavallo della pandemia, si registrano alcune oscillazioni: la quota dei minori vittime ospitati in struttura passa dal 7,2% nel 2020, scende a 6,0% nel 2021 e risale al 7,5 nel 2022.

Le donne vittime di violenza sono state accolte da 216 strutture residenziali non specializzate, organizzate in 249 unità di servizio. Il 71,9% delle donne ha un’età compresa tra i 25 e i 44 anni, il 21,6% ha tra i 18 e i 24 anni e il restante 6,5% tra i 45 e 64 anni. L’analisi dei tassi evidenzia una prevalenza di ospiti vittime di violenza nelle Isole, con un tasso di 7,1 per 100mila donne ospiti delle strutture (Figura 8), segue il Centro con il 4,7 per 100mila donne. La prevalenza più bassa si ha al Sud con un tasso del 2,4 per 100mila donne. Le straniere rappresentano il 51,9% del totale delle donne vittime di violenza ospitate (346 donne) e sono maggiormente presenti (più di una su tre) nei presidi del Centro e del Nord-ovest.

La maggior parte delle donne vittime di violenza (il 51,1%) rimane all’interno della struttura per meno di 12 mesi, mentre una quota del 43,2% permane per più di un anno.

Delle 667 donne vittime di violenza accolte nei presidi residenziali, sono 203 quelle accolte in unità di servizio che hanno come target di utenza prevalente quello della violenza di genere (30,4% del totale delle donne vittime di violenza). Sono strutture di tipo comunitario (sette strutture su 10), di dimensioni medio piccole (più di otto su 10 hanno al massimo 15 posti letto), che offrono prevalentemente servizi di accoglienza in emergenza (33,7%) o servizi di tipo socio-educativo (il 26,1% delle strutture), con un livello di assistenza sanitaria prevalentemente assente (più di sette strutture su 10).

Di contro le altre 464 donne vittime di violenza sono ospitate in strutture che si occupano prevalentemente di minori (54,5% dei casi), adulti con disagio sociale (32,4% dei casi), altra tipologia di utenza (13,1% di strutture). Sono strutture leggermente più grandi delle precedenti (59,3% con meno di 15 posti letto) a cui si aggiunge un 36,9% di strutture tra 16 e 45 posti letto. I servizi offerti sono di tipo socio-educativo (72,9% delle strutture), ma anche accoglienza abitativa (12,3% delle strutture) e servizi di funzione tutelare nel 7,7% delle strutture.

Al 1° gennaio 2024 i minori vittime di violenza sono 1.399 e rappresentano il 6,4% degli ospiti minorenni. Il 60% di questi sono di sesso femminile e gli stranieri sono il 31% (435). L’analisi per ripartizione territoriale vede una prevalenza di minori vittime di violenza nelle strutture del Nord-ovest, con un tasso pari a 22 per 100mila minori, segue il Centro con un tasso pari a 20,8 mentre la presenza più bassa si rileva nel Sud con 6,5 minori ogni 100mila minori.

Le strutture che ospitano i minori vittime di violenza sono 468, organizzate in 492 unità di servizio: nell’81,1% dei casi hanno un’organizzazione di tipo comunitario con meno di 15 posti letto in nove casi su 10. Il 44,6% dei minori vittime di violenza è inserito in strutture che accolgono prevalentemente questo target di utenza, mentre il restante 55,4% è ospitato in strutture rivolte prevalentemente ad altre tipologie di minori, come ad esempio i minori allontanati dai nuclei familiari di origine per vari motivi o minori con disabilità.

Il 78,9% delle strutture eroga servizi di tipo socio-educativo, mentre il 13,6% affianca anche servizi con una funzione tutelare, cioè di accompagnamento sociale e di supporto all’autonomia. Le unità di servizio che ospitano minori vittime di violenza nel 70,3 dei casi (346) accolgono sia maschi sia femmine, il 19,3% (95) è riservato esclusivamente alle femmine, mentre il 10,4% (51) ospita solo maschi.

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