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I Centri antiviolenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza - Anno 2024
La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e contro la violenza domestica (Istanbul, 2011) prevede che gli Stati aderenti predispongano “servizi specializzati di supporto immediato, nel breve e lungo periodo, per ogni vittima di un qualsiasi atto di violenza che rientra nel campo di applicazione” della Convenzione.
Successivamente alla ratifica della Convenzione in Italia, i Piani nazionali contro la violenza hanno segnato un importante cambio di passo nella conoscenza del sistema di protezione delle donne vittima di violenza.
Dal 2017 l’Istat ha iniziato a rilevare dati relativi al Sistema della Protezione delle donne vittime di violenza. Nel 2018 sono state avviate le Indagini sulle prestazioni ed erogazioni dei servizi offerti dai Centri antiviolenza (CAV) e un’analoga rilevazione sulle Case rifugio, nel 2020 la rilevazione statistica sull’Utenza dei Centri antiviolenza e la diffusione dei dati del numero di pubblica utilità (1522) contro la violenza e lo stalking. Queste rilevazioni sono realizzate in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità (DPO) presso la Presidenza del Consiglio e con le Regioni.
Inoltre, la Legge n.53 del 2022 “Disposizioni in materia di statistiche in tema di violenza di genere” prevede che l’Istat conduca queste indagini per conoscere le caratteristichedell’utenza che si rivolge ai Centri antiviolenza, ivi inclusa la relazione autore-vittima, la tipologia di violenza subìta, la presenza di figli e le tipologie di assistenza fornita. L’Istat e il Dipartimento per le Pari Opportunità rendono disponibile, tramite uno specifico sistema informativo, un quadro integrato e tempestivamente aggiornato di informazioni ufficiali sulla violenza contro le donne in Italia. L’obiettivo è fornire notizie e indicatori statistici di qualità che offrano una visione di insieme su questo fenomeno attraverso l’integrazione di dati provenienti da varie fonti (Istat, DPO, Ministeri, Regioni, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Centri antiviolenza, Case rifugio e altri servizi come il numero di pubblica utilità 1522 Anti Violenza e Stalking).
Il presente Focus riguarda i servizi e le caratteristiche organizzative dei Centri antiviolenza e analizza i dati relativi alle donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza tramite i Centri.
Principali risultati
- Sostanzialmente stabile, rispetto all’anno precedente, il numero dei CAV. Sono 409 i CAV attivi nel 2024, +1,2% rispetto al 2023 e +45,6% rispetto al 2017 (anno della prima Indagine), quando erano 281.
- I CAV che hanno risposto all’indagine sono 364, con un tasso di risposta stabile rispetto al 2023. I dati a cui si fa riferimento di seguito sono calcolati sui CAV rispondenti.
- Sono 193 i CAV che operano anche attraverso sportelli territoriali, oltre la metà (53%) dei CAV rispondenti, per un totale di 702 sportelli territoriali, in media quattro per ogni CAV con sportelli.
- 6.994 le lavoratrici che sostengono le attività dei CAV. In calo il peso dell’apporto volontario (48,5%), che nel 2017 era del 56,1%.
- Si sono rivolte ai CAV 61.370 donne, in media 169 donne per CAV, con valori più alti nel Nord-ovest (241) e nel Nord-est (238) e più bassi nel Sud (72).
- Nel 94,8% dei CAV vengono applicati strumenti e metodologie per la valutazione del rischio, valore in miglioramento nel tempo. Nel 2017 era pari all’82,2%.
- Sono poco più di 36.400 le donne che hanno affrontato nel 2024 il loro percorso di uscita dalla violenza con l’aiuto dei Centri antiviolenza.
- Il 39,7% delle donne (circa 14.450) ha indicato di avere subìto violenza economica, come per esempio l’impossibilità di usare il proprio reddito o di conoscere l’ammontare del denaro disponibile in famiglia; in altri casi invece le donne sono escluse dalle decisioni su come gestire il denaro familiare.
- Elevatissimo il numero di figli che assistono alla violenza subita dalla propria madre (79,2% delle vittime che hanno figli). Nel 24,7% dei casi, i figli stessi delle vittime subiscono violenza da parte del maltrattante.
- Solo il 18,7% dei provvedimenti di allontanamento o divieti di avvicinamento e/o di ammonimento sono stati ottenuti entro 7 giorni, un ulteriore 20,2% tra gli 8 e i 14 giorni, un dato stabile nel tempo. La quota restante ha richiesto un tempo maggiore che nel 12,3% dei casi ha superato i due mesi.
- Aumenta nel tempo il numero di donne con disabilità che si rivolgono ai CAV. Erano circa 1.150 nel 2020 e arrivano a più di 2.800 nel 2024, con un incremento del 145%. Il 5,3% ha una difficoltà di tipo sensoriale, il 13,0% una difficoltà motoria, il 14,7% una difficoltà intellettiva e il 73,6% ha un’altra tipologia di difficoltà.
- Rispetto al totale delle donne, per quelle con disabilità si osserva una percentuale maggiore di violenze perpetrate da un altro familiare o parente (16,7% contro il 10,7% del totale delle donne) e di quelle subite fuori dall’ambito familiare e di coppia (14,5% contro il 9,7%).
- Sono poco più di 9.800 le donne straniere, mediamente molto più giovani delle italiane, che nel corso del 2024 stanno facendo un percorso di uscita della violenza.
- Le straniere sono più di frequente vittime di violenze fisiche e sessuali: il 75,4% ha subìto una violenza fisica, il 55,9% una minaccia, il 14,4% ha subìto uno stupro o tentato stupro; a queste va aggiunto il 15,6% di donne che ha subìto altre tipologie di violenze sessuali.
- La strada per raggiungere gli obiettivi del percorso di uscita dalla violenza è più impervia se le donne non sono economicamente autonome e se non hanno una rete familiare o amicale di supporto.
- Al contrario, le donne sono facilitate a realizzare gli obiettivi del percorso di uscita dalla violenza se non hanno figli o se i figli non sono coinvolti nella violenza, se la durata della violenza è più breve e meno grave e soprattutto se hanno una continuità di percorso con i CAV che dura da più anni.
Sono 409 i CAV attivi nel 2024
Nel 2024 le donne vittime di violenza hanno potuto contare su un’offerta di 409 Centri antiviolenza (CAV) attivi sul territorio italiano, distribuiti nel 37,2% dei casi nel Nord (22% nel Nord-ovest, 15,2% nel Nord-est), nel 30,6% nel Sud (125 CAV), nel 21% nel Centro (86 CAV) e nell’11,2% nelle Isole (46 CAV).
Le regioni in cui si concentra il maggior numero di CAV attivi, in termini assoluti, sono la Campania (64 CAV, pari al 15,6% del totale dei CAV), la Lombardia (57 CAV, 13,9%) e il Lazio con 45 CAV che rappresentano l’11% del totale dei CAV in Italia.
Rapportando i Centri attivi alla popolazione femminile residente, l’offerta di Centri antiviolenza in Italia è pari a 0,14 ogni 10mila donne (Figura 1), più alta nel Sud (0,18) e più bassa nel Nord-ovest (0,11) e Nord-est (0,11). In linea con il valore nazionale l’offerta nel Centro e nelle Isole (0,14 per entrambi).
I CAV che hanno risposto all’indagine sono 364, con un tasso di risposta stabile rispetto al 2023. Tutti i dati che vengono analizzati di seguito fanno riferimento alle risposte dei 364 CAV.
Nel 2024 i Centri sono stati contattati da 61.370 donne, una media annua di 169 donne per CAV rispondente (364), con valori più alti nel Nord-ovest (241) e nel Nord-est (238) e minimo tra i CAV del Sud (72).
È prevalentemente comunale o intercomunale la competenza territoriale dei Centri
L’analisi mostra che i Centri antiviolenza operano prevalentemente su aree di competenza comunale o intercomunale (45,3%), mentre un ulteriore 33,8% estende la propria azione a livello provinciale o interprovinciale. Una quota minoritaria (20,9%) dichiara invece una competenza regionale o interregionale. A livello territoriale emergono differenze significative tra le aree del Paese. Nel Nord-ovest e nel Sud prevale un orientamento verso un ambito di intervento comunale/intercomunale, in entrambi i casi intorno al 50%. Il Nord-est presenta invece la più alta percentuale di CAV con competenza provinciale o interprovinciale, mentre le Isole si distinguono per una maggiore concentrazione di centri con competenza regionale o sovraregionale (35,5%). In particolare, in Sardegna oltre la metà dei CAV (58,3%) dichiara una competenza o un bacino d’utenza di livello regionale. Anche in altre aree si riscontra una tendenza simile: in Calabria, il 69,2% dei CAV opera su scala regionale o sovraregionale (di cui il 61,5% esclusivamente a livello regionale), mentre nel Lazio il 42,2% dei Centri ha una competenza regionale o interregionale. Il Lazio presenta la percentuale più elevata di CAV che dichiarano una competenza sovraregionale (28,9%).
I CAV non operano solo presso le loro sedi centrali ma ampliano la loro copertura territoriale attraverso una rete di sportelli antiviolenza dislocati sul territorio. Oltre la metà dei CAV (53%) infatti può contare sull’attività degli sportelli, che raggiunge il valore massimo tra quei Centri che hanno competenza territoriale intercomunale (62,6%) e provinciale (59,6%).
In totale, gli sportelli operativi rilevati sul territorio nazionale sono 702, con in media quasi quattro sportelli per i 193 CAV rispondenti che ha dichiarato di avere sportelli territoriali.
Quasi sei CAV su 10 ospitati in locali messi a disposizione a titolo gratuito
La maggior parte dei Centri antiviolenza (CAV) (56,9%) opera in locali utilizzati a titolo gratuito. La proprietà dei locali riguarda meno di un CAV su 10, mentre circa un terzo dei Centri (33,5%) sostiene spese di affitto. L’affitto è più frequente nei CAV delle Isole (45,2%) e del Nord-ovest (43%).
I locali dei CAV sono in gran parte (79,9%) dotati di misure per l’abbattimento delle barriere architettoniche, con il valore più elevato registrato nelle Isole (90,3%) e il minimo nel Nord-est (66,1%). Tutti i Centri dispongono di spazi idonei a garantire le diverse attività nel rispetto della privacy delle utenti.
Considerando congiuntamente la presenza di misure per l’abbattimento delle barriere architettoniche e il titolo di godimento dei locali, si osserva che tra i CAV che operano in locali di proprietà, la quota di Centri che hanno minori barriere è leggermente più alta (82,4%) rispetto a quelli in affitto (78,7%), sebbene con differenze regionali.
Quasi 7mila le donne che sostengono il lavoro dei CAV
A sostenere il lavoro dei Centri antiviolenza sono 6.994 lavoratrici, di cui 3.390 (48,5%) prestano il proprio servizio in forma esclusivamente volontaria. L’apporto del lavoro volontario raggiunge valori più alti tra i CAV del Nord-ovest (59,7%) e delle Isole (54,1%).
In ogni CAV operano mediamente 19 operatrici, valore che è massimo nel Nord-ovest (28,6) e minimo tra i CAV del Sud (11,3). Il personale impegnato nei CAV presenta diversi profili professionali: le coordinatrici e/o responsabili e le operatrici di accoglienza sono presenti in quasi tutti i CAV, rispettivamente nel 98,1% e 98,4% dei casi, così come le psicologhe (95,9%) e le avvocate (94,8%); seguono profili professionali meno rappresentati come quelli dell’assistente sociale (59,6%), educatrice (54,9%), mediatrice culturale (44,5%), orientatrice al mercato del lavoro (50,3), fino al personale sanitario (10,4%).
Inoltre, quasi tre quarti (73,9%) dei CAV hanno figure che si occupano del lavoro amministrativo, il 57,9% dei CAV può contare anche su esperte che si occupano di comunicazione, a testimoniare il lavoro che i Centri fanno nel settore della prevenzione e formazione, e il 33% dei CAV ha figure che svolgono il profilo di ausiliaria.
Al Nord-ovest è più elevata la presenza delle operatrici, il Sud impegna più psicologhe e assistenti sociali, le Isole si contraddistinguono per la maggiore presenza di avvocate.
Considerando tutte le figure professionali, ogni lavoratrice impegnata nei CAV si fa carico mediamente di circa nove donne che chiedono aiuto, la media sale a 10 nel Centro Italia.
L’84,6% dei CAV ha organizzato corsi di formazione/aggiornamento specifici per il personale: il 96,1% dei CAV ha assicurato la formazione sull’approccio di genere e sulla metodologia dell’accoglienza, il 93,2% su come approcciare le vittime di particolari forme di violenza, come ad esempio le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e i matrimoni precoci, il 79,9% sulla valutazione del rischio, il 77,9% sulla Convenzione di Istanbul e il 70,1% sui diritti umani delle donne, ad esempio sulla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW, Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination Against Women). Sono oggetto di formazione specifica meno di frequente l’accoglienza delle donne migranti (che ha interessato poco più della metà delle iniziative dei CAV, 53,9%) e l’accoglienza delle donne con disabilità, tema affrontato in meno di un terzo (30,2%) dei CAV.
In media, i CAV che hanno fatto formazione hanno organizzato circa quattro corsi all’anno per il personale retribuito, con il valore massimo registrato tra i CAV del Nord-est (10). Di gran lunga inferiore il numero di corsi organizzati per il nuovo personale volontario. In media, meno di un corso (0,5) per CAV, con valori leggermente più alti tra i CAV del Centro, Sud e Isole (0,7). Mediamente, ciascuna delle 767 nuove volontarie coinvolte nei corsi di formazione è stata formata per poco più di sette ore (7,4).
Sostanzialmente in linea, a livello nazionale, il monte-ore medio dedicato alla formazione del personale retribuito: le oltre 1.500 operatrici coinvolte hanno effettuato mediamente 7,2 ore di formazione. Tra i CAV delle Isole è maggiore il numero medio di ore di formazione dedicato alle nuove volontarie (12,3) mentre quelli del Nord-est si contraddistinguono per un numero medio di ore superiore rivolto alle operatrici retribuite (10,3).
Al fine di garantire la qualità dei servizi forniti, in nove CAV su 10 è stata realizzata nel corso del 2024 la supervisione sulle attività e sulla qualità delle relazioni instaurate nel Centro all’interno dell’équipe e con le donne seguite, che, in oltre tre quarti dei casi (76,6%) è avvenuta con cadenza almeno mensile.
La supervisione a cadenza settimanale, realizzata dal 9% dei CAV a livello nazionale, è più frequente tra i CAV delle Isole (20%) e i CAV del Centro (16%). Va tuttavia segnalato che il 26,7% dei CAV della Sicilia conduce la supervisione semestralmente.
Più di quattro CAV su cinque hanno attivato gruppi di mutuo-aiuto
I servizi offerti alle donne che si rivolgono ai CAV possono essere forniti secondo tre principali modelli organizzativi: erogati direttamente dal Centro, erogati da un altro servizio ma su indirizzamento del CAV oppure in modalità combinata, dal CAV e da un altro servizio insieme. Nel 2024 i servizi minimi da garantire, previsti dall’art.4 dell’Intesa Stato-Regioni e Province Autonome (la legge che definisce i requisiti minimi dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio accreditati e destinatari dei finanziamenti nazionali) sono erogati dalla totalità dei CAV, come ad esempio il servizio di ascolto (100%), accoglienza (99,7%), supporto legale (99,7%) e psicologico (99,7%) e di orientamento/accompagnamento ad altri servizi della rete di protezione (99,5%).
A supporto delle specifiche esigenze delle donne i CAV offrono anche altri servizi: il 96,5% dei Centri offre il servizio all’orientamento lavorativo e l’83,5% dei CAV che mette a disposizione il servizio di mediazione linguistica-culturale. Tutti i CAV hanno indicato che i servizi forniti sono a titolo gratuito.
Ad assicurare un percorso personalizzato di uscita dalla violenza progettato e concordato con le donne sono sostanzialmente la totalità dei CAV (99,4%).
Oltre ai servizi principali, il 45,9% dei Centri ha attivato gruppi di mutuo aiuto, con una maggiore incidenza tra i CAV del Sud (60,2%).
Estesa l’attività di sensibilizzazione e formazione
L’80,5% dei CAV (293) ha organizzato attività formative rivolte all’esterno, con percentuali più alte tra i Centri del Nord-est (91,9%) e il valore più basso tra quelli della Sicilia (52,6%). I soggetti, istituzionali e non, a cui sono indirizzate le attività formative dei Centri, sono principalmente gli operatori sociali (67,6% dei CAV), gli operatori sanitari (53,6%) e le associazioni di volontariato (53,2%). Seguono la formazione alle Forze dell’ordine (47,1%) e agli avvocati (40,3%). Meno frequente, invece, la formazione diretta alle organizzazioni sindacali, effettuata dal 19,8% dei Centri.
Rispetto al valore medio nazionale, i CAV del Nord-ovest e del Centro offrono meno formazione a operatori sociali, Forze dell’ordine e avvocati. Nel Nord-est i Centri si contraddistinguono per valori più alti rispetto a tutti i soggetti coinvolti, in particolare con riferimento a operatori sanitari e sociali e ai sindacati. I CAV del Sud si orientano maggiormente a formare la componente giuridica (Forze dell’ordine e avvocati). Nelle Isole si trovano i Centri con le quote più alte di formazione nei confronti degli operatori sociali.
Elevato è anche l’impegno dei Centri nell’attività di prevenzione e sensibilizzazione: il 96,7% ha organizzato interventi presso le scuole, l’82,1% ha realizzato raccolte sistematiche di documentazione e dati sul fenomeno della violenza e il 98,4% ha promosso iniziative culturali finalizzate alla prevenzione, alla divulgazione e alla sensibilizzazione della cittadinanza.
Valutazione del rischio meno diffusa in Basilicata e nelle Marche
A livello nazionale il 94,8% dei CAV applicano strumenti e metodologie per la valutazione del rischio, con valori più bassi in Campania e Sicilia (otto CAV su 10). La metodologia di valutazione del rischio più diffusa è SARA/ SARA PLUS/ SARA SURPLUS (82,9% dei Centri), ma vengono utilizzate anche altre metodologie come, ad esempio, ISA (3,5%) e DASH (2,3%).
Analizzando il dato rispetto alle donne che hanno contattato i Centri nel 2024, la valutazione è stata fatta su poco più della metà di esse (51%), con alcune eccezioni positive nella provincia autonoma di Trento, dove tutte le donne hanno ricevuto una valutazione del rischio, quasi nove donne su 10 nella provincia autonoma di Bolzano/Bozen e otto su 10 in Umbria. La valutazione del rischio è applicata ad una quota particolarmente bassa di donne nei Centri della Basilicata (6,4%) e delle Marche (10,2%). La stragrande maggioranza dei CAV (93,4%) non ha ricevuto, nel 2024, richieste di mediazione familiare da parte dei servizi sociali o dai tribunali; 24 CAV sono invece stati oggetto di tale richiesta e 10 di questi hanno indicato di aver erogato il servizio. 31 CAV (l’8,5% del totale dei CAV rispondenti alla rilevazione) hanno anche ricevuto richieste di uno spazio neutro per l’incontro protetto tra figli e genitore maltrattante, con valori particolarmente elevati tra i Centri del Piemonte (38,1%) e del Molise (33,3%).
Quasi la metà dei CAV ha un finanziamento esclusivamente pubblico
I CAV a finanziamento esclusivamente pubblico costituiscono il 47%, con valore nettamente più alti al Sud (63,1%) e nelle Isole (61,3%). Nel Nord-est si osserva il valore più basso, con solamente un Centro su quattro che riceve esclusivamente finanziamenti pubblici, la maggioranza dei Centri antiviolenza di questo territorio (74,3%) è, infatti, finanziata in modalità mista con una collaborazione tra istituzione pubbliche e private. La stessa situazione si ritrova anche nel Nord-ovest, anche se con percentuali inferiori (66,3%). Residuale la percentuale dei Centri antiviolenza che hanno dichiarato di aver ottenuto finanziamenti di natura esclusivamente privata (1,6%) e quella dei CAV che hanno dichiarato di non aver ottenuto alcun finanziamento (1,1%).
In aumento il numero delle donne che iniziano un percorso per liberarsi dalla violenza
Sono poco più di 36.400 le donne che, nel 2024, hanno affrontato il loro percorso di uscita dalla violenza con l’aiuto dei Centri antiviolenza. Tutte le informazioni che vengono riportate nel prosieguo sono riferite a queste donne.
La maggior parte (il 76,4%) ha iniziato il percorso nell’anno, mentre il 15,7% delle donne lo ha intrapreso nel 2023, il 5,4% lo ha iniziato da due anni e il restante 2,5 da tre o quattro anni.
Per analizzare l’andamento del numero di donne che hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza negli ultimi tre anni, si è ristretta l’analisi ai soli Centri attivi in tutti gli anni di riferimento (2022-2024): dai dati emerge un aumento del 12,1% di donne rispetto al 2023 (le donne erano 31.700 nel 2023 e 26mila nel 2022).
Il 16,5% delle circa 36.400 donne ha iniziato il percorso di uscita dalla violenza in situazioni di emergenza, cioè erano in una situazione di pericolo o a rischio di incolumità.
Il 54% delle donne che sono nel percorso di uscita dalla violenza ha tra i 30 e i 49 anni
La distribuzione per età vede maggiormente rappresentate le donne tra i 40 e i 49 anni (28,3%), seguite dalle 30-39enni (26,1%). Le donne con meno di 29 anni costituiscono il 22,0%, tra queste le giovanissime con meno di 16 anni sono lo 0,7%. Ha tra i 50 e i 59 anni il 16,6% delle donne, il 5,4% tra i 60 e i 69 anni, mentre le ultrasettantenni sono il 2,0%. Si tratta in prevalenza di donne italiane (73,0%), il 27% di nazionalità straniera e 14 sono apolidi.
Provare a delineare il profilo delle donne che intraprendono un percorso di uscita dalla violenza non è semplice, dato che molte informazioni non sono presenti nei dati trasmessi dai Centri. Utilizzando le informazioni disponibili si può stimare che una quota rilevante di donne, quando ha iniziato il percorso, viveva con i figli (62,2% delle donne) o con il partner (44,0%) o con altri familiari o parenti (17,3%), mentre solo l’11,7% viveva da sola.
Il 64,6% ha un’istruzione medio alta (44,7% delle donne con un diploma di scuola secondaria di II grado, 19,8% con un diploma di laurea o un dottorato) e il 56,7% lavora (il 41,3% ha un’occupazione stabile, mentre il 15,3% lavora saltuariamente). Il 24,4% è in cerca di una prima o di una nuova occupazione; il 6,7% è studentessa, il 6,4% casalinga; il 5,8% è in altra condizione professionale.
Alcune donne presentano situazioni di maggiore fragilità (4,2%), legate a dipendenze (da alcool, droga, gioco, psicofarmaci, 2,4%), a situazioni debitorie gravi (1,6%), a precedenti penali (0,3%) e prostituzione (0,3%). Il 54,8% delle donne ha familiari, parenti o amici a cui si può rivolgere in caso di bisogno.
Sei donne su 10 hanno subìto violenza fisica
Tra le donne che stanno affrontando il percorso di uscita dalla violenza, il 64,5% ha subìto una violenza fisica, il 52,3% una minaccia, il 10,4% ha subìto uno stupro o tentato stupro, a queste va aggiunto il 13,6% che ha subìto altre tipologie di violenze sessuali quali ad esempio le molestie sessuali, molestie online, revenge porn, la costrizione ad attività sessuali umilianti e/o degradanti. Il 22,8% dichiara di essere stata vittima di stalking (incluso cyberstalking). Molto elevata è la prevalenza della violenza psicologica che, essendo quasi sempre agita in concomitanza di un’altra forma di violenza, viene subita da quasi nove donne su 10. Sono, invece, quattro su 10 le donne che stanno affrontando una violenza di tipo economico. Minoritaria la percentuale di donne vittime di tratta (0,4%) o che ha subìto una qualche forma di violenza prevista dalla Convenzione di Istanbul (1,5%), come matrimonio forzato o precoce, mutilazioni genitali femminili, aborto forzato, sterilizzazione forzata.
Sono le donne tra i 30 e i 39 anni ad aver subìto maggiormente violenza fisica (70,2%). La violenza sessuale riguarda invece in misura superiore quelle che hanno meno di 29 anni (41,2%). Quasi tutte le donne con più di 30 anni (96,9%) hanno subìto almeno una forma di violenza come minacce, stalking, violenza psicologica, violenza economica.
Nella maggioranza dei casi le diverse forme di violenza si sommano tra loro: solo il 15,7% delle donne ha subìto un solo tipo di violenza, il 24,8% ne ha subiti due, il 26,9% tre ed è pari al 32,6% la quota di donne che hanno subìto più di quattro tipi di violenza.
Assistere alla violenza durante l’infanzia è un fattore che influisce sulla possibilità di subire violenza, così come sulla re-vittimizzazione, come riporta la letteratura e come emerge dai dati dell’indagine Istat sulla violenza contro le donne. L’analisi condotta sulle 24.500 donne per le quali è disponibile l’informazione sull’aver assistito alla violenza (fisica e sessuale) agita dal proprio padre sulla propria madre, mostra come la multi-vittimizzazione sia fortemente marcata: la percentuale delle donne che hanno subito più di quattro violenze raggiunge il 44,5% per quelle che hanno assistito alla violenza da piccole, mentre è pari al 35,2% per chi non vi ha assistito; differenza che, con buona probabilità, testimonia quanto la trasmissione intergenerazionale della violenza sia motivo di maggiore esposizione al rischio di subire violenza.
Quattro donne su 10 hanno subìto tra le violenze anche quella economica
La rilevazione sulle donne che hanno iniziato un percorso per liberarsi dalla violenza permette di fare un breve quadro sulla loro situazione economica.
Nel 2024 circa il 45,5% delle donne dichiara di non essere autonoma economicamente, con differenze importanti in base alla condizione professionale. Tra le donne occupate sono il 14,7% quelle che non sono autonome economicamente, valore che sale a più dell’82,0% per le disoccupate, all’86,6% per le studentesse e all’83,7% per le casalinghe.
Il 39,7% (circa 14.450) ha indicato di avere subìto tra le violenze anche quella economica, come per esempio l’impossibilità di usare il proprio reddito o di conoscere l’ammontare del denaro disponibile in famiglia; in altri casi invece sono escluse dalle decisioni su come gestire il denaro familiare. La percentuale di queste vittime aumenta al crescere dell’età e raggiunge il valore più elevato tra le donne ultrasessantenni dove si osserva una percentuale del 47% di donne che hanno subìto questo tipo di violenza.
Nel complesso, il 76% di queste donne presenta almeno una delle seguenti caratteristiche: non sono autonome economicamente, sono arrivate al CAV con una richiesta di supporto all’autonomia, al lavoro o di aiuto finanziario, hanno subìto violenza economica o hanno usufruito del servizio di supporto all’autonomia da parte del CAV.
Elevato il numero di figli che assistono alla violenza subita dalla madre
Tra le donne che hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza, la durata della vittimizzazione varia a seconda della tipologia di violenza subita. Una storia lunga di abusi, che dura almeno da cinque anni, riguarda il 46,7% delle donne che hanno subìto violenza fisica e il 43,7% di quelle che hanno subìto minaccia, stalking, violenza economica o psicologica. Diversamente, tra le donne che hanno iniziato il percorso a seguito di un singolo episodio di violenza, la forma di violenza più rappresentata è quella sessuale (14,7%). Il 55,5% delle donne ha avuto paura che la propria vita o quella dei propri figli fosse in pericolo, il 22,2% si è recata, a causa della violenza subita, al pronto soccorso e il 4,2% è stata ricoverata in ospedale.
La valutazione del rischio di subire nuovamente violenza è stata fatta su 18.422 donne da parte delle operatrici dei Centri (in genere viene usato il metodo SARA plus); tra queste sei su 10 risultano avere un rischio medio o basso, mentre per quattro su 10 il rischio è stato valutato alto o altissimo.
Elevatissimo è il numero di casi in cui i figli assistono alla violenza subita dalla propria madre (79,2% delle vittime che hanno figli) e nel 24,7% dei casi i figli sono essi stessi vittima di violenza da parte del maltrattante. Inoltre, circa il 15,7% delle vittime ha subìto violenza durante la gravidanza.
Quasi l’80% delle violenze agite da partner o ex partner
Per quasi tutte le donne che stanno facendo un percorso di uscita dalla violenza (96,8%) le violenze sono riferibili a un solo autore e nel 2,7% dei casi a due. Gli autori della violenza si trovano soprattutto tra le persone con cui la donna ha legami affettivi importanti. Nel 52,8% dei casi è il partner della donna a perpetrare le violenze , nel 26,1% si tratta di un ex partner, nel 10,7% è un altro familiare o parente; le violenze subite fuori dall’ambito familiare e di coppia costituiscono il restante 10,4%.
Purtroppo, le informazioni socio-demografiche ed economiche relative all’autore sono state riportate solo per il 40% degli autori, ma utilizzando le informazioni disponibili si evidenzia che l’autore della violenza è un uomo (97,0%), italiano (75,8%), con un’età compresa tra i 30 e i 59 anni per il 75,4% dei casi (21% tra i 30 e i 39 anni, 30,7% tra i 40 e i 49 e 23,5% tra i 50 e 59 anni). Il 79,9% ha un titolo di studio di scuola secondaria (40,6% di I grado, 39,3% di II grado) e il 74,2% è occupato (il 61,4% ha una occupazione stabile e il 12,8% saltuaria). Quasi un autore su quattro (24,8%) ha una forma di dipendenza, come ad esempio quella da alcool, droga, gioco o psicofarmaci. Emerge, inoltre, che nel 12,4% dei casi l’autore era già stato violento con altre donne, ma nel 63,6% dei casi la donna non era a conoscenza di questa informazione.
Ancora lunghi i tempi per avere un provvedimento di allontanamento
Il sostegno dei Centri antiviolenza stimola una maggiore consapevolezza da parte della donna che si esplicita, tra l’altro, nella denuncia alle autorità della persona violenta. Sebbene questa informazione non sia sempre disponibile (per il 6,6% dei casi), il 43,4% degli autori delle violenze è stato denunciato almeno una volta (tra questi il 10,6% più di una volta) e il 6,1% è stato segnalato informalmente.
La quota delle denunce è più alta se l’autore della violenza è un ex partner (49,4%): in particolare il 34,2% è stato denunciato una volta e il 15,2% più di una. È più bassa la percentuale di denunce se l’autore è un altro familiare o parente (26,9% dei casi di cui 7,6% più di una volta). La propensione alla denuncia è simile per i partner attuali e per gli amici/conoscenti/colleghi e si attesta intorno al 42%.
Per il 41,3% degli autori denunciati o segnalati è stato richiesto un provvedimento di allontanamento o di divieto di avvicinamento e/o di ammonimento. Queste richieste sono state soddisfatte in più del 78% dei casi: il 18,7% è stato ottenuto “entro i 7 giorni”, il 20,2% tra gli 8 e i 14 giorni, dati simili agli anni precedenti. Nel 30,0% dei casi, invece, la donna ha dovuto attendere il provvedimento richiesto dai 15 ai 30 giorni; tempi più lunghi si sono verificati nel 31,1% di casi (il provvedimento è stato ottenuto tra uno e due mesi per il 18,8% degli autori e oltre due mesi per il 12,3%). Il provvedimento di allontanamento (che può essere emesso da più autorità) è stato emesso nella maggioranza dei casi dal Tribunale Penale (72,5%), dal Tribunale Civile nel 17,9% dei casi, dal Tribunale per i Minorenni per il 18,4% degli allontanamenti e dal Questore per il restante 15,1%.
Quasi sei provvedimenti su 10 sono stati rispettati (il 59,9%). Va considerato però che per un 18,8% di casi non si conosce questa informazione sul rispetto del provvedimento. L’analisi congiunta tra tempo trascorso per l’ottenimento del provvedimento per tipo di autorità che lo ha emesso evidenzia come le tempistiche si riducano quando è il Questore ad emettere il provvedimento. Inoltre, se all’analisi si aggiunge anche il rispetto del provvedimento sembra che quelli emessi più velocemente siano anche quelli maggiormente rispettati Tra gli autori denunciati il 17,2 ha avuto delle imputazioni, il 23,5% è ancora sotto indagine, il 21,4% non ha avuto alcuna imputazione. Nel 3,1% dei casi la denuncia è stata invece ritirata e nel 35% dei casi l’informazione non è stata fornita. Il 38,7% degli imputati è stato condannato; per il 54,2% il processo è ancora in corso, mentre nell’1,9% dei casi è stato assolto. Anche dopo l’imputazione continuano a esserci casi di ritiro della denuncia (0,5%). Per la percentuale residua del 4,6% l’informazione non è stata fornita.
Quasi il 18% delle donne ha raggiunto gli obiettivi del percorso di uscita dalla violenza
Al 31 dicembre del 2024, il 44,4% delle donne (circa 16.160) non ha concluso il suo percorso di uscita dalla violenza, il 17,9% ha raggiunto gli obiettivi del percorso, il 26,3% lo ha abbandonato e il 7,7% è stato inviato ai servizi territoriali per concludere il suo percorso; il restante 3,6% si trova in una situazione diversa dalle precedenti e non specificata. Le donne che sono state ricoverate per la violenza e che si sono rivolte al pronto soccorso hanno abbandonato il percorso di uscita dalla violenza nel 17,9% dei casi.
L’autonomia economica e quella abitativa rappresentano due propulsori fondamentali per la nuova vita della donna. Escludendo il 29,8% dei casi per cui l’informazione non è stata rilevata, i dati mostrano come alla fine del percorso il 19,9% delle donne non sia indipendente, mentre l’indipendenza economica sia raggiunta dall’80,1% delle donne. Queste ultime devono la loro autonomia economica al mantenimento del loro posto di lavoro nel 66,6% dei casi, all’averne trovato uno nuovo nel 26,8% dei casi, mentre il 7,6% percepisce una rendita o un sostegno/assegno di mantenimento. Le donne che alla conclusione del percorso di uscita dalla violenza hanno a disposizione la casa di provenienza o ne ha trovato una nuova sono l’87,0% mentre nel 13,0% dei casi le donne non sono autonome sotto il profilo abitativo.
Situazioni di maggiore fragilità
Le donne con disabilità e le straniere che si rivolgono ai CAV sono spesso più fragili, hanno bisogni più specifici che necessitano di competenze e servizi altrettanto specifici da parte del Centro e dei servizi territoriali che le accompagnano in questo percorso.
Disabilità
L’Indagine sui Centri antiviolenza evidenzia come sia ancora molto bassa la quota di CAV che ha operatrici formate per accogliere donne con disabilità (quattro su 10). La percentuale diminuisce ancora di più, attestandosi a due CAV su 10, laddove nel Centro non siano state accolte donne con disabilità. Molto bassa risulta anche l’organizzazione di iniziative e la predisposizione di materiali accessibili a tutte le donne con problemi sensoriali o intellettivi (il 26,1% dei CAV che hanno accolto donne con disabilità e il 16,4% di quelli che non hanno avuto richieste di aiuto da donne con disabilità).
Nonostante questa mancanza di formazione specifica, dall’Indagine sull’utenza dei Centri antiviolenza emerge un aumento nel tempo della capacità dei CAV di intercettare le donne con disabilità. Infatti, le donne con disabilità che hanno iniziato e stanno facendo un percorso di uscita dalla violenza aumentano di anno in anno. Sono circa 1.150 nel 2020, circa 1.500 nel 2021, poco più di 2.000 nel 2022, circa 2.500 nel 2023 e più di 2.800 nel 2024. Un incremento tra il 2020 e il 2024 del 145%, arrivando a rappresentare nel 2024 il 7,8% del totale delle donne che stanno affrontando il percorso di uscita dalla violenza. Di queste, il 5,3% ha una difficoltà di tipo sensoriale, il 13,0% una difficoltà motoria, il 14,7% una difficoltà intellettiva e il 73,6% ha un’altra tipologia di difficoltà.
Le donne con disabilità hanno età mediamente superiori a quelle del complesso delle donne che si rivolgono ai CAV: il 25,6% ha tra i 40 e 49 anni, il 22,8% tra i 50 e 59 anni, un ulteriore 20,1% è rappresentato dalle giovani con meno di 29 anni, il 18,5 da quelle nella fascia 30-39, il 13,0% dalle ultrasessantenni (9,9% 60-69 anni e 4,1% 70 e più). Minore la quota di donne straniere tra le donne con disabilità (20,6% contro il 27,0% del totale delle donne).
Non emergono, invece, sostanziali differenze per quanto riguarda il titolo di studio, ma le donne disabili che stanno affrontando un percorso di uscita dalla violenza risultano meno spesso occupate: il 35,1% ha un’occupazione stabile o precaria (rispettivamente 23,7% e 11,4% delle donne con disabilità), il 34,4 è in cerca di un’occupazione, il 7,8% ha una inabilità al lavoro a causa dei problemi di salute, il 6,5% è studentessa.
Tra le donne con disabilità che stanno affrontando il percorso di uscita dalla violenza, il 66,2% ha subìto una violenza fisica, il 56,8% una minaccia, il 17,7% ha subìto uno stupro o tentato stupro, il 17,2% ha subìto altre tipologie di violenze sessuali. Il 21,4% è stata vittima di stalking (incluso cyberstalking). Elevata, anche in questo caso, la prevalenza della violenza psicologica che viene subìta dall’85,3% delle donne oggetto di analisi. Sono, invece, il 43,4% le donne con disabilità che stanno affrontando una violenza di tipo economico.
Non emergono sostanziali differenze in termini di durata della storia di abusi tra le donne con disabilità e il totale delle donne che stanno facendo un percorso di uscita dalla violenza; mentre, per questo target è più elevata la percentuale di ricorso al pronto soccorso (31,0 contro il 22,2% del totale delle donne) e quella delle ricoverate in ospedale a causa della e delle violenze subite (7,3% contro il 4,2% del totale delle donne).
Al 31 dicembre del 2024, il 41,9% delle donne con disabilità non ha concluso il percorso di uscita dalla violenza, l’11,4% ha raggiunto gli obiettivi del percorso, il 27,7% lo ha abbandonato; il 3,1% si trova a fine anno in una situazione non specificata. Rispetto al totale delle donne si osserva una quota maggiore di inviate ad altri servizi territoriali per concludere il percorso di uscita dalla violenza (15,5% contro il 7,7% del totale delle donne).
Per quasi tutte le donne (93,2%) le violenze sono riferibili a un solo autore e nel 5,6% dei casi a due. Per quanto riguarda la relazione con l’autore nel 47,6% dei casi è il partner della donna a perpetrare le violenze, nel 21,6% si tratta di un ex partner. Rispetto al totale delle donne si osserva una percentuale maggiore di violenze perpetrate da un altro familiare o parente (16,7% contro il 10,7% del totale delle donne) e di quelle subite fuori dall’ambito familiare e di coppia (14,5% contro il 9,7%). Il 45,7% degli autori delle violenze è stato denunciato almeno una volta (tra questi il 12,7% più di una volta) e il 6,5% è stato segnalato informalmente.
Straniere
L’Indagine sui Centri antiviolenza permette di analizzare contestualmente l’offerta del servizio di mediazione linguistica-culturale e la percentuale delle donne straniere accolte dal Centro.
Considerando gli aspetti organizzativi dei CAV, all’aumentare della percentuale di utenza straniera cresce il peso del lavoro retribuito e si riduce la componente volontaria delle figure professionali che si occupano di mediazione linguistica e culturale. Nei Centri dove le straniere accolte sono presenti in misura minoritaria (non più del 25% dell’utenza totale), le ore della mediazione linguistica e culturale prestate a titolo volontario rappresentano il 21,6% del totale. Tale quota si riduce al 20,3% nei CAV quando la presenza di straniere raggiunge il 50%, ed è minima (6,2% la quota di lavoro volontario) per i CAV con presenza di utenza straniera superiore al 50%.
I Centri erogano anche servizi specifici per questa tipologia di utenza, come i servizi per immigrate e vittime di tratta inclusi nei protocolli UNHCR, il servizio di attivazione del permesso di soggiorno “per casi speciali” per le vittime straniere di violenza domestica (art. 18-bis del Testo Unico Immigrazione (D.Lgs. 286/1998, introdotto dal D.L. 93/2013)), corsi di lingua italiana e alfabetizzazione. L’analisi mostra come tra i CAV con al massimo il 25% di donne straniere accolte questi servizi siano forniti nel 57% dei casi, valore che aumenta al 71,6% invece tra i CAV che registrano quasi il 50% di utenza straniera.
Dall’Indagine sull’utenza dei Centri antiviolenza sono poco più di 9.800 le donne straniere che nel corso del 2024 stanno facendo il loro percorso di uscita della violenza. La struttura per età è molto più giovane del totale delle donne: il 35,5% ha un’età tra i 30 e i 39 anni, il 27,5% tra i 40 e i 49 anni e il 25,5% ha meno di 29 anni. Le donne straniere tra i 50 e i 59 anni sono il 9,2% mentre le ultrasessantenni sono solo il 2,3% coerentemente con la struttura per età dei flussi migratori.
Anche i livelli di istruzione sono più bassi: il 37,9% delle donne straniere ha un titolo di studio della scuola secondaria di I grado o una qualifica professionale, il 35,2% ha un diploma di istruzione secondaria di II grado, il 14,3% ha una laurea o un altro titolo di studio universitario e il 12,6% non ha alcun titolo o solo la licenza elementare. Nel 47,8% le donne straniere che stanno facendo un percorso di uscita dalla violenza sono occupate in forma stabile (29,2%) o saltuaria (18,6%), nel 35,6 sono in cerca di occupazione, nel 9,2% casalinghe, nel 4,8% studentesse e il 2,6% è in altra condizione. Nel 31,2% dei casi sono economicamente autonome e nel 36,7% hanno una rete parentale o amicale che le supporta.
Le sopravvissute straniere sono vittime più di frequente di violenza fisiche e sessuali, infatti, il 75,4% ha subìto una violenza fisica, il 55,9% una minaccia, il 14,4% ha subìto uno stupro o tentato stupro, a queste va aggiunto il 15,6% che ha subìto altre tipologie di violenze sessuali. Più bassa rispetto al totale delle donne la percentuale di chi dichiara di essere vittima di stalking (14,4%). L’88,7% dichiara di aver subìto violenza psicologica e il 49,0% sono le donne che stanno affrontando una violenza di tipo economico. Più elevate ovviamente rispetto al totale delle donne la percentuale di donne vittime di tratta (1,1%) e quella di chi ha subìto una qualche forma di violenza prevista dalla Convenzione di Istanbul (4,4%).
Nel 42,7% dei casi la violenza dura da più di cinque anni, nel 33,4% da uno a cinque anni, nel 19,7% meno di un anno, nel 3,9% si tratta di un singolo episodio di violenza. Molto più elevata rispetto al totale delle donne la percentuale di chi ha avuto paura per sé o per i propri figli (63,9% contro il 55,5% per il totale delle donne). Minime invece le differenze per il ricorso all’ospedale o al pronto soccorso.
AL 31 dicembre 2024, il 44,0% delle donne straniere non ha concluso il suo percorso di uscita dalla violenza il 16,7% ha raggiunto gli obiettivi del percorso e il 26,6% ha abbandonato. Sono il 9,5% le donne straniere che sono state, invece, inviate ad un altro servizio mentre il restante 3,0% si trova in una situazione diversa dalle precedenti.
Per le donne straniere è più elevata la percentuale di quelle che hanno subìto violenza dal proprio partner (65,4% contro il 53,5% del totale delle donne), il 17,0% da un ex partner, il 9,2 da un familiare o parente mentre nel restante 8,5% dei casi l’autore è al di fuori dall’ambito familiare e di coppia. Tra le donne straniere sembra esserci una propensione maggiore alla denuncia, infatti, il 50,9% degli autori delle violenze è stato denunciato almeno una volta (tra questi il 10,3% più di una volta) e il 5,8% è stato segnalato informalmente.
Le caratteristiche associate al raggiungimento degli obiettivi del percorso di uscita dalla violenza
Per comprendere quali fossero le caratteristiche che accomunano le donne che raggiungono gli obiettivi del percorso di uscita dalla violenza è stato utilizzato un’analisi statistica che individua la probabilità che si verifichi un evento specifico date alcune caratteristiche. La variabile dicotomica dipendente è “Obiettivi del percorso raggiunti” e come variabili indipendenti: la classe di età, le diverse tipologie di violenza (violenza fisica, minaccia, stupro o tentato stupro, altra violenza sessuale, stalking, violenza psicologica, violenza economica), la violenza assistita e subita dai figli, la lunghezza del percorso di uscita, la durata della violenza, la relazione con l’autore, la presenza di una rete familiare o amicale di supporto, l’aver avuto paura per sé o per i propri figli, l’aver fatto ricorso ai servizi sanitari a causa della violenza, l’aver denunciato, l’essere autonome economicamente, la presenza di problemi di salute.
Tra tutte le variabili inserite nel modello finale non risultano significative: alcune tipologie di violenza (minaccia, stupro o tentato stupro, altra violenza sessuale, stalking, violenza psicologica), la violenza subita dai figli, l’aver avuto paura per sé o per i propri figli, l’aver denunciato.
I risultati del modello evidenziano la rilevanza di alcune condizioni necessarie per supportare la donna nel percorso di uscita dalla violenza. L’analisi per anno di inizio del percorso evidenzia come il raggiungimento degli obiettivi, che la donna e il Centro hanno individuato per uscire dalla violenza, richiede spesso molto tempo. Il tempo è sicuramente la chiave principale per raggiungere gli obiettivi del percorso di uscita dalla violenza. La probabilità di chiudere il percorso di uscita dalla violenza aumenta fino a quasi cinque volte all’aumentare della lunghezza del percorso da uno a cinque anni. Anche l’esposizione alla violenza gioca un ruolo importante, infatti, la minore durata della violenza rende più facile (fino a +22%) la fuoriuscita dalla violenza rispetto a chi vive una situazione violenta da più di cinque anni.
La non presenza dei figli durante la violenza o comunque il fatto che la donna non abbia figli, aumenta la probabilità di raggiungere gli obiettivi fino al 38% rispetto alle donne i cui figli hanno assistito alla violenza. Il fatto che la donna non abbia dovuto fare ricorso ai servizi sanitari come conseguenza della violenza o che l’autore della violenza sia un ex partner o una persona al di fuori della cerchia familiare o coniugale aumenta la probabilità rispettivamente del +15%, +14%, +43%; il non aver subìto una violenza di tipo fisico sembra aumentare del 10% quella di chiudere il percorso di uscita dalla violenza. La presenza di una disabilità rende più difficoltoso, per la donna, il percorso di uscita dalla violenza. Infatti, chi non ha una difficoltà sensoriale, motoria, intellettiva ha una probabilità maggiore (+47%) di raggiungere gli obiettivi del percorso di uscita dalla violenza. Rappresenta invece un ostacolo il fatto di non essere autonome economicamente -50%, il non avere una rete familiare o amicale di supporto -30%.