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L’evoluzione del sistema economico

Storie di dati – Le trasformazioni dell’Italia

Indice

La composizione settoriale

Al momento dell’Unità d’Italia l’agricoltura generava circa metà del valore aggiunto complessivo dell’economia (cioè la ricchezza prodotta dal Paese), e assorbiva una quota ancora più elevata di occupazione, mentre oggi il settore primario pesa poco più del 2%. Al contrario, il peso del settore dei servizi è cresciuto quasi costantemente, passando dal 30 fino a oltre il 70% del valore aggiunto. L’industrializzazione è stata avviata in ritardo rispetto alle altre maggiori economie europee: il contributo dell’industria al valore aggiunto fino agli anni ’30 è rimasto stabilmente intorno al 20% e solo nel Secondo dopoguerra ha raggiunto il 30%, restando su questo livello fino agli anni ’80; parallelamente, il processo di inurbamento ha sostenuto la crescita del settore delle costruzioni, fino a un picco dell’8,5% nel 1975 (Figura 1a).

La riduzione di importanza dell’industria (oggi tornata alla stessa quota degli anni ’20) è un fenomeno comune alle economie mature; ciononostante, l’Italia oggi è il secondo Paese manifatturiero d’Europa, dopo la Germania. Le attività terziarie, invece, hanno un peso poco inferiore rispetto alle altre maggiori economie europee e si caratterizzano per la quota relativamente elevata dei servizi tradizionali (commercio, alloggio e ristorazione, trasporti terrestri, ecc.): nel 2024 questi rappresentano il 37% del valore aggiunto complessivo dell’economia, poco meno che in Spagna; sono invece meno sviluppati quelli più intensi in conoscenza1, il cui peso complessivo sul valore aggiunto tra il 2005 e il 2024 è rimasto stabile intorno al 20%; relativamente contenuto è anche il peso dei servizi collettivi prodotti dalla Pubblica Amministrazione e nei comparti di Istruzione e Sanità, che comunque oggi rappresentano circa il 15% del valore aggiunto complessivo (Figura 1b).

L’attività delle imprese

Il Censimento del 1927 per la prima volta prende in considerazione alcune attività dei servizi insieme all’industria, e le imprese senza lavoratori dipendenti. Dato il rilievo ancora preminente dell’agricoltura, lo sviluppo delle attività extra-agricole era minore rispetto a oggi e con differenze rilevanti nelle caratteristiche aziendali e dal punto di vista settoriale. Nell’insieme delle attività considerate all’epoca e comparabili con quelle attuali (industria, attività commerciali, di trasporti e comunicazioni, del credito e assicurazione, alberghi e ristoranti) operavano circa 1,5 milioni di imprese, con 5,4 milioni di addetti2, mentre nel 2024 le imprese erano 2,5 milioni e gli addetti 12,9 milioni3. Un dato importante che aiuta a comprendere quanto fossero diverse le modalità di produzione rispetto a oggi è che nel 1927 appena il 9,9% delle aziende disponeva di forza motrice (elettrica o primaria); si trattava per lo più di quelle di dimensioni maggiori – gli addetti di queste unità rappresentavano infatti il 44,5% del totale – e con una prevalenza delle attività manifatturiere, dove la forza motrice era utilizzata da quasi il 18% delle imprese, col 58,7% degli addetti del comparto.

Nell’ambito delle attività considerate per il confronto, nel 1927 la manifattura rappresentava più di un terzo delle imprese e metà degli addetti e nel 2024 è scesa al 14 e al 30% rispettivamente, con un raddoppio della dimensione media, da 5,5 a 11 addetti. Tra le attività dei servizi esaminate, in termini di addetti è cresciuto enormemente il rilievo del settore alberghiero e della ristorazione (da poco più di 300mila a 1,7 milioni), delle attività finanziarie e assicurative (da meno di 100mila a più di mezzo milione) e del commercio (da 1,2 a 3,4 milioni di occupati), così come si è quasi triplicato il peso delle costruzioni (Figura 2a).

Inoltre, all’interno della manifattura è cambiata profondamente la rilevanza delle singole industrie, con l’affermarsi di attività più complesse dal punto di vista tecnologico: il comparto del tessile-abbigliamento impiegava 1,1 milioni di addetti, pari a circa il 40% del totale, mentre oggi questi si sono ridotti a 300mila, pari a meno dell’8%. All’opposto, gli occupati nell’aggregato delle industrie meccaniche (comprendendo anche i prodotti in metallo e l’elettronica, inesistente all’epoca) sono più che triplicati, fino a oltre 1,6 milioni, pari al 42% del totale, e sono quasi quadruplicati (fino a 380mila) quelli dell’industria chimica compresa la farmaceutica e le materie plastiche, quest’ultima industria nata solo negli anni ’50 (Figura 2b).

I mutamenti degli stili di vita e della domanda, nel tempo, hanno determinato l’uscita o il forte ridimensionamento di alcune attività, come le lavorazioni del corallo e della cartapecora, o la produzione di cappelli, oggi non più nell’uso quotidiano, e la crescita di attività dei servizi di mercato (ICT, attività professionali, di supporto alle imprese), collettivi (istruzione, sanità e assistenza) e alla persona (attività artistiche, sportive, di intrattenimento) che in passato avevano un ruolo minore. L’evoluzione nel tempo delle caratteristiche del sistema delle imprese non è stata uniforme: in particolare, nell’ultimo trentennio l’Italia ha sperimentato una profonda ricomposizione delle attività, per effetto della concorrenza delle economie emergenti in molti comparti industriali, lo sviluppo dei servizi e il consolidamento del sistema, tradizionalmente fondato su unità produttive di dimensione molto ridotta.

Tra il 1997 e il 2024, le imprese sono aumentate da 3,9 a 4,8 milioni e gli addetti da 14,4 a 18,8 milioni, ma nell’Industria in senso stretto le imprese si sono ridotte di oltre il 30% e il peso di queste attività in termini di addetti è diminuito di 12 punti; in direzione opposta, gli addetti del comparto di alloggio e ristorazione sono più che raddoppiati, mentrela quota di aziende nei servizi alle imprese, collettivi e personali è aumentata di oltre 17 punti, fino al 50,2% del totale, e quella degli addetti di 11 punti, al 35%, senza contare l’occupazione nei servizi erogati dal settore pubblico (Figura 3a). Altrettanto intensa è stata la ricomposizione all’interno del settore manifatturiero, dove tra il 1995 e il 2025 gli occupati misurati dalla contabilità nazionale sono complessivamente diminuiti di 631mila unità. La contrazione ha riguardato con particolare rilevanza i comparti tradizionali a minor contenuto tecnologico a eccezione delle industrie alimentari, e in più di due casi su treè concentrata nel tessile-abbigliamento-pelletteria, il cui peso sull’occupazione settoriale si è dimezzato nell’arco di 30 anni, mentre è cresciuta in misura consistente l’occupazione nei comparti dei macchinari e dei prodotti in metallo (Figura 3b).

Nell’evoluzione della struttura produttiva è di particolare interesse considerare gli aspetti organizzativi verso forme giuridiche più evolute: in particolare, tra il 1997 e il 2024l’incidenza delle società di capitali è aumentata dal 12,7 al 24,6% del totale delle imprese, e dal 49,1 al 63,6% del totale degli addetti4. Inoltre, è andata crescendo la rilevanza delle imprese di dimensioni maggiori, soprattutto con la grande recessione: la quota occupazionale delle imprese con almeno 250 addetti è aumentata di mezzo punto tra 1997 e 2008 e di ulteriori 4 punti tra 2008 e 2024, fino al 24% del totale; considerando solo l’industria e i servizi di mercato, la quota è pari al 25,5%, ma supera un terzo del totale in Spagna e in Francia e Germania raggiunge il 45-46%.

Le differenze territoriali nell’attività d’impresa

I dati del Censimento del 1927 evidenziano una forte differenza nella capacità produttiva delle imprese del Nord Italia rispetto a quelle del Mezzogiorno. In rapporto alla popolazione, al Nord vi sono 40,7 esercizi ogni 1.000 abitanti, al Centro 39,5 e nel Mezzogiorno 32,6. Assai più vistosa è però la differenza in termini di addetti, che superano i 200 ogni 1.000 abitanti in Piemonte, Lombardia e Liguria, scendendo sotto gli 80 in tutte le regioni meridionali a eccezione della Campania; queste differenze sono amplificate dalla diffusione della forza motrice, in parte associata alla vocazione industriale, in esercizi che in quasi tutte le regioni del Centro-Nord occupano oltre il 40% degli addetti, e nella maggior parte di quelle del Mezzogiorno il 20% o meno (Figura 4)5.

Il divario Nord-Sud oggi ha elementi simili, ma anche alcune differenze rispetto al 1927. Anche per effetto della presenza di attività non censite all’epoca, nel 2023 in tutte le regioni sono cresciute la densità d’impresa – qui misurata in termini di Unità locali (UL), cioè dei diversi (uno o più) luoghi fisici in cui viene esercitata l’attività – e quella dell’occupazione extra-agricola; la divaricazione territoriale è più elevata nel primo caso e minore nel secondo, ma nel Mezzogiorno permangono anche dimensioni d’impresa minori e a una presenza meno diffusa delle attività economiche più avanzate6; inoltre, le differenze subregionali sono notevoli, in particolare in Lombardia, Toscana, Lazio, Sardegna e Puglia (Figura 5).

Il ruolo dello Stato: la spesa pubblica

Un aspetto rilevante nell’evoluzione del sistema economico è rappresentato dallacrescita del ruolo dello Stato nell’economia come produttore ed erogatore di beni e servizi. Questa può essere letta attraversol’incidenza della spesa pubblica sul Pil, passata da meno del 20% a inizio Novecento fino al 50% e oltre a metà degli anni ’80, soglia intorno alla quale è oscillata finora (Figura 6a).

Alla crescita della spesa si è associato anche il cambiamento della sua composizione: ad esempio, secondo la ricostruzione della Ragioneria generale dello Stato nel primo decennio del Novecento le spese generali dell’amministrazione costituivano circa il 40% del totale e quelle per la difesa un ulteriore quinto, mentre nel decennio 2015-2024 le due voci insieme hanno rappresentato meno del 18%, a vantaggio degli interventi diretti nel campo economico e sociale, interconnessi con l’evoluzione della struttura produttiva. Questa tendenza di lungo periodo è comune, seppure con velocità differenti, anche agli altri principali Paesi europei, e nel 1995 il livello di spesa pubblica rapportato al Pil era analogo per Italia, Germania e Francia e inferiore in Spagna.

Tra il 1995 e il 2024 si osservano tendenze comuni e alcuni elementi di differenziazione: in tutti e quattro i Paesi aumenta il peso della spesa sociale (in Italia dal 17,5 al 21,3% del Pil), mentre l’incidenza complessiva della spesa diminuisce significativamente in Germania e leggermente in Italia (dopo l’impennata del periodo pandemico), mentre cresce in Francia e Spagna. L’Italia si caratterizza anche per una rilevanza maggiore delle operazioni connesse al debito pubblico7, associata a un più alto livello di indebitamento, e per una tendenza alla compressione o al rallentamento della crescita della spesa pubblica per altre finalità; ad esempio, la spesa pubblica per la Sanità nel 2024 è pari al 6,6% del Pil e, pur se aumentata di 1,6 punti rispetto al 1995, è appena superiore rispetto alla Spagna, un punto inferiore rispetto alla Germania e oltre due rispetto alla Francia (Figura 6b).

Dati e approfondimenti


  1. Aggregato basato sulla tassonomia Eurostat, che qui comprende i servizi di Trasporto aereo e marittimo, quelli ICT, le Attività finanziarie e assicurative, e quelle professionali, scientifiche e tecniche, artistiche e sportive (Divisioni 50-51, 58-66, 69-75, 78, 80, 90-93 della classificazione Ateco) ↩︎
  2. Non sono qui considerate le circa 50mila imprese non agricole e i 160mila addetti in aggregati di attività non comparabili. ↩︎
  3. Si tratta di poco più della metà dei quasi 4,8 milioni di imprese attive, e del 68% degli addetti rilevati nel 2024: nel perimetro di osservazione del Censimento del 1927 non sono infatti considerati gli aggregati dei servizi di mercato, all’epoca poco sviluppati, e dei servizi alla persona. Nel comparare i dati, d’altra parte, va considerato che tra il 1927 e il 2024 la popolazione residente è cresciuta da circa 40 a 59 milioni. ↩︎
  4. Le forme giuridiche considerate sono: le società per azioni, le società a responsabilità limitata e le società cooperative. Sono state escluse le cooperative sociali e le altre forme d’impresa (es. consorzi, enti pubblici economici, ecc.). Analizzando solo le imprese con dipendenti (rappresentate da circa 1,1 milioni nel 1997 e 1,6 milioni nel 2024), la quota delle società di capitali è cresciuta di ben 21,1 punti percentuali, dal 25,4 al 47,0%, e in termini di addetti di 12,8 punti, dal 62,4 al 75,3%. ↩︎
  5. L’analisi congiunta delle quote di esercizi e addetti rivela diverse peculiarità territoriali, come l’impiego di forza motrice in un numero limitato di esercizi in Sardegna, ma con dimensioni elevate, associabile agli stabilimenti minerari, e in Campania associabile alla presenza di due poli importanti quali gli stabilimenti siderurgici di Bagnoli e i cantieri navali di Castellammare di Stabia. ↩︎
  6. Per le UL di industria e servizi la dimensione media nel 2023 era di 3,7 addetti al Nord a 3,0 a Mezzogiorno (v. anche Istat, Rapporto sulle imprese 2021) ↩︎
  7. Seppure in diminuzione dal 6% dell’inizio degli anni Duemila, nel 2024 queste valgono al 2024 circa il 4% del Pil, contro il 2,5% della Spagna, il 2,0% della Francia e l’1,1% della Germania. ↩︎
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