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I percorsi di vita delle generazioni
Storie di dati – Le trasformazioni dell’Italia
Indice
- Per oltre un secolo la dinamica naturale spinge la crescita demografica
- I percorsi di vita si ampliano e si diversificano
- Dal nuovo millennio le trasformazioni diventano più veloci
- Dati e approfondimenti
Nel 1861, ai confini attuali, nasceva quasi un milione di bambini su una popolazione di 26 milioni (38 nati ogni 1.000 abitanti), mentre nel 2025 i nati sono stati 355mila su quasi 59 milioni di residenti (6,3 per mille); specularmente, nonostante l’invecchiamento della popolazione i decessi sono scesi da 800mila (31 per mille) a 653mila (11 per mille); d’altra parte, lungo tutto il periodo gli effetti della crescita naturale sono stati attenuati dalle migrazioni con l’estero (Figura 1).
Per oltre un secolo la dinamica naturale spinge la crescita demografica
Nei 165 anni dall’Unità d’Italia si possono distinguere due grandi fasi di transizione demografica, e una terza sembra delinearsi nel presente. La prima fase va dal 1861 alla metà degli anni Settanta del Novecento, ed è caratterizzata da un forte aumento della popolazione ad opera della dinamica naturale. Il calo della mortalità è più rapido di quello della natalità, per il miglioramento delle condizioni di vita e sanitarie: la speranza di vita sale da circa 50 anni nel 1926 a oltre 65 nel 1952. Nonostante il saldo migratorio sottragga oltre un quinto alla crescita demografica, la popolazione aumenta da 26,3 milioni nel 1861 a 47,5 nel 1952 e fino a quasi 56 milioni nel 1976.
Nel Secondo dopoguerra si assiste a una ripresa della fecondità, che era scesa da 3,5 figli per donna nel 1926 a 2,3 nel 1952. Tra il 1952 e il 1976 l’età media al primo matrimonio delle spose diminuisce da 27,1 a 25,1 anni, e con essa quella della madre al parto, di oltre due anni (Figura 2, sinistra). Data la correlazione positiva tra anticipazione e intensità della fecondità, il numero medio di figli per donna cresce fino a 2,7 nel 1964, massimo post-bellico, con picchi di oltre un milione di nati vivi. Questo ha determinato la presenza di generazioni molto numerose tra 1960 e 1974 (i cosiddetti Boomers), rilevante per il presente e il futuro della storia demografica del Paese. D’altro canto, la discendenza finale delle generazioni, cioè il numero medio di figli avuti a completamento della loro storia riproduttiva dalle donne nate tra il 1934 e il 1974, scende senza soluzione di continuità (Figura 2, destra).
I percorsi di vita si ampliano e si diversificano
Gli anni ’70 si caratterizzano per un forte dinamismo sociale che prelude all’avvio di una nuova fase caratterizzata da una fecondità sempre più bassa e tardiva e da notevoli trasformazioni nei tempi e nei modi di fare famiglia. Questa seconda transizione demografica corrisponde a cambiamenti culturali e sociali profondi, che si sostanziano in modificazioni sul piano del costume, dell’investimento in capitale umano e della partecipazione al mercato del lavoro delle generazioni che via via entrano nella vita adulta, in particolar modo le donne.
Dalla metà degli anni ‘70 alla metà degli anni ’90 la fecondità cala bruscamente e, dopo il 1976, scende definitivamente sotto la soglia di sostituzione di due figli per donna per effetto della posticipazione di matrimonio e nascita dei figli: la quota di nozze e nascite sotto i 30 anni d’età è sempre minore, e tale slittamento è solo in parte compensato dagli eventi successivi (Figura 3).
Tra la metà degli anni Settanta e la metà degli anni Novanta i cambiamenti restano lenti rispetto agli altri Paesi europei. Il matrimonio mantiene la sua centralità, all’interno dei primi matrimoni si concentra ancora circa il 90% della fecondità complessiva e le libere unioni rimangono marginali; la nuzialità sempre più bassa e tardiva contribuisce a portare la fecondità al minimo storico per l’epoca di 1,19 figli per donna nel 1995.
I cambiamenti nei comportamenti rispetto alla famiglia, che costituiscono il tratto distintivo della seconda transizione demografica, diventano evidenti a partire dalla metà degli anni ‘90. Per l’allungarsi dei tempi dell’istruzione e le difficoltà di avvio della fase di vita autonoma, i giovani escono dalla famiglia più tardi, sperimentano sequenze di eventi in parte diverse rispetto alle precedenti generazioni e spostano in avanti la formazione di una famiglia e la genitorialità. Crescono separazioni e divorzi, i matrimoni sono in forte diminuzione e aumentano quelli celebrati con rito civile, che dal 2018 superano quelli religiosi (Figura 4, sinistra). Nel contempo, si diffondono nuove modalità di formazione della famiglia: aumentano le libere unioni come preludio o alternativa al matrimonio, e i nati da genitori non coniugati, che a metà anni ’60 erano scesi sotto il 2% del totale, nel 2025 raggiungono il 45,8% (Figura 4, destra).
L’Italia, da questo punto di vista, si colloca in una posizione intermedia tra i Paesi europei, molti dei quali hanno avuto un percorso analogo: i nati fuori dal matrimonio nel 2024 vanno dal massimo tra il 55 e il 60% del totale in Francia, Portogallo, Bulgaria e nei paesi Nordici, a circa il 25% in Croazia e Ungheria e fino a meno del 10% in Grecia.
Dal nuovo millennio le trasformazioni diventano più veloci
Dal 1995 al 2008 si registra una lieve ripresa della fecondità, fino a 1,44 figli per donna, sostenuta dal contributo delle donne straniere1. A seguito della grande recessione iniziata nel 2008 si inverte la tendenza: il numero medio di figli per donna scende a 1,36 nel 2015 e raggiunge il minimo storico di 1,14 nel 2025. L’Italia è oggi tra i Paesi europei con la fecondità più bassa, e quello con l’età media al primo parto più elevata (Figura 5). La composizione dei nuclei familiari è mutata altrettanto rapidamente: la famiglia tradizionale costituita dalla coppia con figli, che ancora 30 anni fa rappresentava quasi metà del totale delle famiglie, nel 2024 è scesa al 28,4%, mentre la forma prevalente sono oggi le persone sole (nel 2024, il 37,1% del totale), e sia pure in misura modesta è aumentato il numero delle famiglie monogenitore (Figura 6).
Negli ultimi 50 anni la bassa natalità e l’aumento della speranza di vita hanno portato a un rovesciamento della struttura per età della popolazione: tra il 1976 e il 2025 il rapporto tra ultrasessantacinquenni e giovani sotto i 15 anni – c.d. indice di vecchiaia – è aumentato dal 50 al 208%, e dal 2014 la popolazione residente ha iniziato a diminuire, dal massimo storico di 60,3 milioni del 2014 a 58,9 milioni all’inizio del 2026. Il saldo migratorio pur mantenendosi ampiamente positivo, non riesce più a compensare il deficit naturale tra nascite e decessi.
Le proiezioni demografiche aggiornate al 2024 delineano un processo di trasformazione strutturale nel quale le cosiddette trappole demografiche risulteranno prevalenti sui comportamenti riproduttivi di breve periodo: tra le più rilevanti, la riduzione del contingente in età riproduttiva (15-49 anni) frutto della bassa fecondità pregressa, che comprime le nascite future anche a fronte di una ripresa del numero medio di figli per donna, l’aumento progressivo dei decessi per concentrazione della popolazione anziana e la transizione delle coorti del baby–boom alle età senili, che si concluderà tra il 2040 e il 2045. Per effetto dell’insieme di questi elementi, nella previsione mediana la popolazione diminuirebbe fino a 45,8 milioni nel 2080 (Figura 7).
Nel 2050, con un calo previsto ancora contenuto rispetto al 2026 (circa 4 milioni), la quota di anziani salirà dal 24,3% attuale al 34,6%, mentre quella dei 15-64enni scenderà al 54,3%. Cambierà ulteriormente anche la struttura familiare: secondo lo scenario previsionale mediano, le persone sole passeranno dal 37% attuale al 41,1% del totale delle famiglie, mentre le coppie con figli scenderanno dal 28 al 21%, uguagliate da quelle senza figli, e le famiglie monogenitore supereranno il 12% (Figura 8).
L’adattamento a un nuovo regime demografico è il tratto distintivo di questa transizione. Gli anziani sono sempre più numerosi, ma anche più longevi e più istruiti e attivi; i giovani entrano nella vita adulta più tardi ma con livelli di istruzione più elevati. Le trasformazioni in atto ridefiniscono gli equilibri tra generazioni, aprendo spazi di riflessione su nuovi modelli di welfare, partecipazione economica e coesione sociale.
Dati e approfondimenti
- Dati e figure
- Una raccolta organica dei dati statistici storici in Italia è disponibile sul sito seriestoriche.istat.it/ (in aggiornamento)
- Per i dati più recenti su popolazione e famiglie, natalità, fecondità, mortalità, migrazioni e per le previsioni demografiche, cfr. demo.istat.it e la sezione dedicata nel datawarehouse dell’Istituto
- Per i dati più recenti sulla natalità e fecondità: Istat, 2025, Natalità e fecondità della popolazione residente – Anno 2024,
- Per una lettura storica che considera anche i processi di urbanizzazione e l’emigrazione, cfr. Istat, webpub.istat.it/progetto/storia-demografica-italia
- Per un’analisi della seconda transizione demografica, cfr. Lesthaeghe R. (2010), The Unfolding Story of the Second Demographic Transition, Population and Development Review, 36(2): 211-251 e, sull’Europa, Van de Kaa D.J. (1987), Europe’s Second Demographic Transition, Population Bulletin, 42(1): 1-59.; per un approfondimento sull’Italia, cfr. Istat, Rapporto Annuale 2016
- Sulle dinamiche storiche della popolazione umana e il loro impatto sulle sfide globali di oggi e di domani, come il cambiamento climatico, le migrazioni e lo sfruttamento delle risorse ambientali, cfr. Livi Bacci M. (2024, 6ª ed.), Storia minima della popolazione del mondo. E uno sguardo al futuro, Il Mulino, Bologna.
Note
- Responsabili del 15,6% delle nascite nel 2008, con un contributo pari a circa metà dell’aumento della fecondità complessiva. ↩︎