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I consumi cambiano insieme al Paese
Storie di dati – Le trasformazioni dell’Italia
Indice
- Prodotto interno lordo e consumi privati dal 1861 a oggi
- La spesa dell’Italia contadina
- Il boom economico e la nascita della società dei consumi
- Verso la Terziarizzazione dei consumi
- Le disuguaglianze territoriali e il confronto con gli altri paesi europei
- Dati e approfondimenti
Prodotto interno lordo e consumi privati dal 1861 a oggi
Dal 1861 a oggi, l’Italia ha attraversato una profonda trasformazione economica, concentrata nella seconda metà del Novecento, e in particolare nei primi decenni del secondo dopoguerra. Tra il 1861 e 20251, il Pil pro capite in termini reali è aumentato di oltre dodici volte, con una crescita non uniforme nel tempo: fino alla metà del Novecento il suo valore è poco più che raddoppiato, mentre tra il 1951 e oggi l’incremento è stato pari a circa sei volte, nonostante la stagnazione dell’ultimo ventennio (Figura 1).
Un’evoluzione analoga si osserva nei consumi privati pro capite espressi in termini reali: tra il 1861 e il 1951, nei primi novant’anni dall’Unità, sono raddoppiati, aumentando di quasi 5 volte nelle decadi successive, sebbene a un ritmo progressivamente meno intenso. Nell’ultimo decennio, a una fase iniziale di stagnazione, sono seguiti la caduta associata alla pandemia da Covid-19 e un rapido recupero, frenato negli anni più recenti dall’erosione del potere d’acquisto causata dalle pressioni inflazionistiche.
La spesa dell’Italia contadina
Dall’Unità al secondo dopoguerra (1861-1951), l’Italia è ancora un paese prevalentemente rurale e agricolo, con forti disparità regionali, un’alta quota di analfabetismo e una massiccia emigrazione dovuta alla povertà che, insieme alla malnutrizione, caratterizza soprattutto il Mezzogiorno e le aree interne.
La gran parte della popolazione vive in condizioni di mera sussistenza e la spesa per consumi è quasi interamente assorbita dai bisogni primari: alimentazione e vestiario essenziali, spese per l’affitto e manutenzione della casa. Soprattutto nelle aree rurali, si ricorre diffusamente all’autoconsumo, e la dieta degli italiani, povera di grassi e di proteine2, riflette la condizione di disagio economico. Per produrre energia si usano legna, carbone e residui agricoli. Questo scenario è differenziato tra aree geografiche (Nord verso Sud, città verso campagne) e, soprattutto, tra le classi sociali.
Dopo le ristrettezze indotte dalla Prima guerra mondiale, negli anni Venti del Novecento c’è sì un rimbalzo nei consumi, ma di breve durata: la grande depressione in Italia si estende per quasi tutti gli anni Trenta, e la Seconda guerra mondiale porta a un nuovo calo del reddito. Nel 1946 il Pil pro capite è sotto il livello del 1913.
Il boom economico e la nascita della società dei consumi
Il secondo dopoguerra si apre tra le macerie: degrado infrastrutturale, disoccupazione e inflazione elevate mettono a dura prova la capacità di spesa degli italiani. Ciononostante, il paese si avvia verso il boom economico, che in 20 anni porterà l’economia italiana tra i primi 10 paesi industrializzati del mondo. Parallelamente, anche grazie allo sviluppo del sistema dei Conti Nazionali, l’informazione sui consumi assume rilevanza crescente3.
Secondo la prima indagine sui bilanci delle famiglie dell’Istat, nel 1953, il 52,4% della spesa familiare era destinato a generi alimentari, bevande e tabacchi4, e quasi l’80% era destinato al soddisfacimento dei bisogni primari di alimentazione, abbigliamento e abitazione. Grazie alla crescita del reddito, oggi alimentari e tabacchi rappresentano il 20,9% della spesa complessiva, nella quale è aumentata la rilevanza di altri (e nuovi) beni e servizi (Figura 2).
Già un decennio dopo5, con un livello di spesa più elevato del 30,6% in termini reali, l’automobile diventa il simbolo per eccellenza del nuovo benessere economico: tra il 1953 e il 1963 il numero di vetture che pagano la tassa di circolazione cresce di oltre 6 volte, e nel 1966 il 31% delle famiglie ne possiede almeno una6. Nello stesso periodo, la quota del bilancio familiare destinata all’acquisto di mezzi di trasporto privato passa dallo 0,8 all’1,8%, e oggi ha raggiunto il 2,9%.
Le famiglie acquistano beni di consumo durevoli che cambiano le abitudini e l’immaginario collettivo. Nel 1963, l’1,2% del bilancio familiare è destinato all’acquisto di elettrodomestici e apparecchi per la casa e lo 0,6% a radio, televisori, giradischi e dischi. Dal 1960 al 1962 il numero di apparecchi televisivi passa da 4,2 a 7,2 per 100 abitanti7, e nel 1966 circa il 60% delle famiglie possiede il televisore e il frigorifero, e il 32% la lavatrice8.
Insieme alla crescita del reddito, a modificare i consumi nell’arco di 20 anni, creandone di nuovi, contribuiscono sia le consistenti migrazioni interne – dalle campagne alle città e dalle regioni del Sud verso le aree industriali del Nord – sia la diffusione del credito al consumo, che permette di acquistare pagando in piccole rate.
Gli anni Settanta segnano una brusca frenata dell’ottimismo: la crisi petrolifera del 1973 fa aumentare significativamente il costo dei carburanti. La crescita della quota di spesa familiare destinata ai trasporti non è determinata da una maggiore mobilità ma dal fatto che l’uso di mezzi di trasporto costa di più. La quota di spesa per benzina, pari all’1,5% nel 1963, salirà al 4,6% nel 1974 e arriverà a rappresentare nel 1980, complice il secondo shock petrolifero, l’8,7% del bilancio familiare. Oggi, il peso dei carburanti sulla spesa complessiva è pari al 4,7%9. Alla fine degli anni Settanta, anche le politiche pubbliche lasciano un’impronta diretta sui consumi delle famiglie: tra il 1978 e il 1980,con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), le spese per la salute si riducono dal 3,9 all’1,2% del totale. Tuttavia, nei decenni seguenti, per la progressiva introduzione dei ticket, l’invecchiamento della popolazione e la maggior attenzione alle cure, questa quota risalirà fino a circa il 4% attuale.
Verso la Terziarizzazione dei consumi
Gli anni Ottanta segnano l’inizio di tendenze che definiranno i consumi fino a oggi. La quota di spesa per alimentari e bevande continua a contrarsi, ma iniziano a ridursi anche quella per abbigliamento e calzature, che nel 1980 era il 10,4% e nel 2024 rappresenta il 3,7%, e quella per tabacchi, oggi più che dimezzata rispetto ad allora.
Negli stessi anni, inizia l’ascesa delle spese per abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili, destinate a diventare per le famiglie la principale voce nel bilancio: questa quota sale dal 15,9% nel 1980 al 26,9% nel 2000, raggiungendo il 35,7% nel 202410.
La rivoluzione digitale a partire dagli anni Novanta modifica la spesa per comunicazioni, pur a parità di percentuale di spesa dedicata (il 2% circa). Nel 1990, l’84% delle famiglie possedeva il telefono fisso, nel 1997 erano il 92,3%: in quell’anno, le spese per l’acquisto di apparecchi telefonici, insieme a quelle per il loro utilizzo, rappresentavano l’83,1% di tutte le spese per comunicazioni e una famiglia su cinque possedeva almeno un telefono cellulare. Grazie alla rapida riduzione delle tariffe e dei costi degli apparecchi mobili (oggi molto più sofisticati e integrati con Internet), e al cambiamento di costumi che ne è seguito, nel 2024, il 96,5% delle famiglie possiede almeno un telefono cellulare, mentre la quota di quelle che possiedono il telefono fisso si è ridotta al 36,4%.
Più in generale, negli ultimi 30 anni, l’acquisizione di servizi ha assunto un ruolo fondamentale e la quota di spesa a essi destinata (circa la metà del bilancio mensile) è la stessa che settanta anni fa si riservava a generi alimentari e bevande (tabacchi inclusi).
Le disuguaglianze territoriali e il confronto con gli altri paesi europei
Negli anni Cinquanta, le famiglie del Mezzogiorno spendevano il 12% in meno della media nazionale. In questa ripartizione, ad alimentari, bevande e tabacchi, prodotti tessili e articoli igienico‑sanitari venivano destinate quote di spesa più elevate rispetto al resto del paese. Oggi, in termini monetari, le famiglie del Mezzogiorno spendono il 20% in meno della media nazionale, e più di un quarto della loro spesa continua a essere destinato ad alimentari, bevande e tabacchi, contro circa il 19% nel Centro-Nord (Figura 3).
Nel confronto attuale con le altre maggiori economie europee, purtroppo possibile solo per il 202011, in Italia la spesa delle famiglie era relativamente più concentrata nelle tre voci principali rappresentate dall’abitazione, dai prodotti alimentari e dai trasporti (Figura 4).
In Italia queste voci, insieme, assommavano a oltre i due terzi del totale, in Spagna (dove la struttura dei consumi è relativamente simile) al 63%, e in Francia e Germania cumulavano solo il 56%, compendiando quote più ridotte per alimentari e abitazione e più consistenti per i trasporti. Le famiglie francesi, e soprattutto tedesche, destinavano invece una fetta più rilevante del proprio bilancio a ricreazione, spettacoli e cultura, servizi ricettivi e di ristorazione, mobili, articoli e servizi per la casa, abbigliamento e calzature12.
Dati e approfondimenti
- Dati dei grafici
- Tutti i dati sui consumi delle famiglie dal 1973 al 1996 sono disponibili sul sito seriestoriche.istat.it (in aggiornamento)
- Sull’evoluzione delle fonti statistiche sui consumi in Italia, cfr. Istat, “Consumi delle famiglie” (Storia delle fonti)
- Tutte le serie di dati esistenti sui consumi delle famiglie dal 1997 ad oggi sono disponibili nella sezione dedicata della base di dati pubblica dell’Istat
- Per la ricostruzione dei dati storici del PIL, cfr. Alberto Baffigi, “Il PIL per la storia d’Italia. Istruzioni per l’uso”, Collana storica della Banca d’Italia – Statistiche, Marsilio, 2015.
- Sui consumi delle famiglie in Italia negli anni Cinquanta del Novecento, cfr. Istat (1960), Indagine statistica sui bilanci di famiglie non agricole negli anni 1953-1954
- Sui consumi delle famiglie in Italia negli anni Sessanta del Novecento, cfr. Istat (1968), Indagine statistica sui bilanci delle famiglie italiane 1963-64, e Banca d’Italia Reddito, risparmio e alcuni consumi delle famiglie italiane
- Sui consumi delle famiglie dal dopoguerra ad oggi, cfr. Carmela D’Apice (1981), “L’arcipelago dei consumi”.
- Sul benessere degli italiani dal 1861, cfr.: Giovanni Vecchi, “In ricchezza e in povertà. Il benessere degli italiani dall’Unità a oggi”, Il Mulino, 2011; Giovanni Vecchi, “Measuring wellbeing. A history of italian living standards”, Oxford University Press, 2017.
- Per la metodologia e i dati di confronto dell’indagine europea sulle spese familiari, cfr. la sezione dedicata sul sito di Eurostat
Crediti
Gli autori della pubblicazione sono Alessandro Brunetti, Ilaria Arigoni e Andrea De Panizza.
La pagina web è a cura di Michela Troia, la verifica dell’accessibilità è a cura di Andrea Nunnari.
I grafici sono a cura di Michele Ferrara.
Note
- I dati sono relativi alla ricostruzione in serie storica del conto risorse e impieghi effettuata dalla Banca d’Italia e dall’Istat nel 2015 e aggiornata nel 2018, che costituisce la serie più lunga ad oggi disponibile per l’Italia. I dati dal 2017 sono quelli più recenti della Contabilità nazionale (Istat, 2026). ↩︎
- CREA, 2011. ↩︎
- Anche per l’affermarsi di una visione keynesiana del funzionamento dell’economia. Nel 1951, l’Istat affida a una Commissione di studio l’organizzazione di un’indagine sui bilanci delle famiglie non agricole, che sarà condotta, per 12 mesi, a cavallo degli anni 1953 e 1954. Nello stesso anno, il Parlamento italiano affida all’Istat anche la conduzione, su tutto il territorio nazionale, della Inchiesta sulla miseria in Italia, secondo la quale il 23,4% delle famiglie (12 milioni circa di italiani) viveva in condizioni misere o disagiate, e cioè in abitazioni con oltre quattro persone per stanza, o in baracche, cantine e grotte, senza mangiare mai o quasi mai carne, vino e zucchero, camminando scalzi o con calzature miserrime, e avendo un grado di istruzione minimo. ↩︎
- Nel volume di presentazione dei risultati, l’Istat segnala che “l’elevata aliquota, rappresentata dalle spese alimentari, non è conseguenza né dell’abbondanza né della costosità dell’alimentazione: il frugale pasto della maggior parte della popolazione italiana è, anzi, solitamente composto di cibi di prezzo non elevato ma assorbe, ciononostante, oltre la metà del limitato importo che le famiglie hanno a disposizione per il soddisfacimento dei loro bisogni, tra i quali quelli di indole alimentare sono tra i meno atti a essere contenuti”. ↩︎
- Tra il 1963 e il 1964 l’Istat condusse un’indagine sui bilanci delle famiglie italiane con almeno due componenti, incluse quelle agricole. ↩︎
- Banca d’Italia, Reddito, risparmio e struttura della ricchezza delle famiglie italiane nel 1966, estratto dal “Bollettino”, anno XXII, n. 4, luglio-agosto 1967, Roma. ↩︎
- Eurostat, Indicatori sociali, 1977, Bruxelles 1978, p. 172. ↩︎
- Banca d’Italia, 1967. ↩︎
- In larga prevalenza riconducibile all’acquisto di benzina (2,4% della spesa totale) e gasolio (2,1%), include anche la spesa per altri carburanti e per le ricariche di veicoli elettrici e a idrogeno (0,2%). ↩︎
- Il massimo storico del 38,8% è stato toccato nel 2020, per effetto della contrazione delle altre spese dovuta alle restrizioni imposte dalla pandemia da Covid-19. ↩︎
- Anno più recente per il quale sono disponibili i dati delle indagini sui consumi delle famiglie (Household Budget Survey), raccolti e pubblicati da Eurostat con cadenza quinquennale. Nell’interpretare i dati 2020 è necessaria una certa cautela, tenuto conto che risentono della peculiare struttura dei consumi dovuta alle restrizioni imposte dalla pandemia di Covid-19, diverse in ciascun paese. Per la Francia, inoltre, i dati 2020 sono stati stimati da Eurostat rivalutando i dati di spesa 2015 con l’Indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA). ↩︎
- Va tenuto presente che le restrizioni dovute alla pandemia rendono meno facile il confronto. Ad esempio, per quelle nell’accesso ai locali pubblici, nel 2020 in Italia la quota di spesa per servizi ricettivi e di ristorazione (secondo i dati nazionali, con voci di spesa leggermente diverse da quelli europei) era pari al 3,5% del totale, e nel 2024 è salita al 5,9%. ↩︎