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La componente longitudinale della rilevazione sulle forze di lavoro
Flussi 2024-2025. Popolazione 15-64 anni
Con questo focus l’Istat aggiorna, al 2024-2025, le matrici di transizione longitudinali desumibili dalla Rilevazione sulle forze di lavoro.
La popolazione longitudinale utilizzata come riferimento per la stima degli indicatori di flusso del mercato del lavoro è rappresentata dalla popolazione di 15-64 anni residente nello stesso comune a inizio e fine periodo (sono esclusi, cioè, i morti e gli emigrati da/verso altro comune o estero nell’intervallo considerato). Essa, pertanto, non coincide con la popolazione utilizzata per le stime trasversali (mensili o trimestrali) ottenute dalla stessa fonte.
L’occupazione della popolazione longitudinale tra il 2024 e il 2025 è leggermente cresciuta, a seguito della differenza positiva tra il tasso di riallocazione per entrate (3,5%) e quello delle uscite (3,2%); l’intensità della crescita (+0,3 punti percentuali) è stata superiore a quella del 2023-2024 (+0,1 punti).
Nel 2025 risulta occupato il 96,7% dei 15-64enni che si trovavano nella stessa condizione nel 2024, una quota più elevata di quella osservata nel periodo precedente (94,4% nel 2023-2024); prosegue dunque la dinamica di aumento della permanenza nell’occupazione osservata a partire dal 2021-2022.
Tra il 2024 e il 2025 continua ad aumentare, come nel biennio precedente, anche la permanenza nell’inattività (89,6%, +1,8 punti percentuali), mentre si mantiene sostanzialmente stabile la permanenza nella condizione di disoccupazione (31%).
Diminuiscono le transizioni verso l’occupazione, sia dall’inattività (al 4,7%, -2,2 punti) sia dalla disoccupazione (al 15,8%, -7,2 punti), e aumenta il passaggio dalla disoccupazione verso l’inattività (al 53,2%, +7,7 punti).
Prosegue, inoltre, la riduzione della quota dei dipendenti a termine che, a un anno di distanza, transitano verso un contratto a tempo indeterminato: dal 18% nel 2023-2024 al 13,6% nel 2024-2025.
Aumenta infine la permanenza nel lavoro a tempo parziale: dall’80% nel 2023-2024 all’87,9%
nel 2024-2025.
Tra i nuovi occupati del 2025 (non occupati nel 2024) aumenta sia la quota di chi entra con un lavoro a termine – il 59,1% è dipendente a tempo determinato o collaboratore (era 58,9% nel 2023-2024) – sia quella di chi trova un lavoro come dipendente a tempo indeterminato (dal 28,3% al 30,6%), a fronte di una diminuzione della quota di autonomi (dal 12,8% al 10,5%).
Il 67% di chi ha trovato un’occupazione tra il 2024 e il 2025 è un lavoratore vulnerabile, ossia a termine e/o in
part time involontario (stesso valore del 2023-2024). Rispetto al biennio precedente, tra il 2024 e il 2025 aumenta la quota dei lavoratori vulnerabili che rimangono tali (73,4% contro 65,2%) e diminuisce quella di chi transita verso un’occupazione standard (7,9% contro 10,6%).
Nel complesso, dunque, si accentua la permanenza nella condizione di occupazione (anche rispetto al tipo di contratto e al tempo di lavoro) e diminuiscono le transizioni da e verso l’occupazione.
I flussi 2024-2025 si aggiungono a quelli già resi disponibili per le annualità 2021-2022, 2022-2023 e
2023-2024; si rimanda alle tavole allegate alla presente statistica per tutti i valori commentati che non sono presenti nei Prospetti o nelle Figure del testo.
I file di microdati longitudinali a 3 mesi di distanza e a 12 mesi di distanza.
Aumenta la permanenza nell’occupazione e diminuiscono gli ingressi
Per il periodo 2024-2025, la popolazione longitudinale di età compresa tra i 15 e i 64 anni ammonta a 35 milioni 962mila individui.
Nel 2025 risulta occupato il 96,7% di coloro che lo erano nel 2024, proseguendo l’andamento in crescita della permanenza nell’occupazione osservato a partire dal 2021-2022: +2,3 punti percentuali rispetto al periodo 2023-2024 e +3,0 rispetto al 2021-2022 ; l’aumento della permanenza nell’occupazione si associa alla diminuzione sia del passaggio da occupazione a disoccupazione (da 1,2% del 2023-2024 allo 0,8% del 2024-2025) sia di quello da occupazione a inattività (da 4,4% a 2,5%). Continua anche l’aumento della permanenza nell’inattività (all’89,6%, +1,8 e +5,3 punti rispettivamente), mentre rimane sostanzialmente stabile rispetto al 2023-2024 la permanenza nella disoccupazione (al 31,0%, -0,5 e -2,6 punti) che si associa al forte calo del passaggio dalla disoccupazione all’occupazione (al 15,8%, -7,2 e -12,7 punti). Prosegue, infine, la diminuzione della quota di inattivi che a distanza di un anno diventa occupato (al 4,7%, -2,2 e -4,9 punti).
Nel complesso, nel periodo 2024-2025, l’occupazione della popolazione longitudinale è cresciuta (+0,3 punti percentuali), a seguito della differenza positiva tra il tasso di riallocazione per entrate rispetto a quello delle uscite. Si tratta di un saldo determinato dalla forte riduzione delle uscite dal mercato del lavoro nel 2024-2025 e dalla evidente contrazione degli ingressi: il tasso di riallocazione per uscite è sceso dal 5,3% nel 2023-2024 al 3,2% nel 2024-2025 e quello per entrate dal 5,4% al 3,5%.
La riduzione dei tassi di riallocazione per entrate ha riguardato in modo particolare i più giovani: nella classe
di età 15-34 anni il valore è sceso dal 12,1% del 2023-2024 al 7,8% del 2024-2025, grazie alla diminuzione degli ingressi sia dalla disoccupazione (dal 27,6% al 17,2%) sia dall’inattività (dall’8,7% al 5,5%), proseguendo la tendenza già osservata a partire dal periodo 2021-2022.
Tra gli over50 il saldo rimane negativo (-1,3 punti) poiché il forte calo del tasso di riallocazione delle uscite non ha compensato il basso valore del tasso di riallocazione delle entrate. Appena il 2,7% dei 50-64enni occupati nel 2024 è diventato inattivo a distanza di 12 mesi (quota quasi dimezzata rispetto a quella del 2023-2024); tra i 55-64enni la quota non raggiunge il 4% (era il 7,2%) e la permanenza nell’occupazione sfiora il 96% (+3,6 punti percentuali rispetto al 2023-2024).
Per la classe di età centrale, 35-49 anni, la permanenza nell’occupazione nel 2024-2025 sale al 98,0% (era il 96,5% nel 2023-2024), ma crescono le difficoltà di ingresso nell’occupazione: i disoccupati e gli inattivi che trovano lavoro a distanza di un anno scendono rispettivamente al 16,7% e al 6,9% (erano il 23,1% e il 9,5%).
La permanenza nell’occupazione aumenta in misura maggiore tra le donne, attenuando i persistenti divari di genere: il 96,0% (+2,8 punti) per le donne e 97,3% per gli uomini (+2,0 punti). Tra le donne la transizione dalla disoccupazione verso l’occupazione è più bassa anche per effetto della maggiore contrazione registrata dal 2023-2024 al 2024-2025: dal 21,7% è scesa al 14,7% (tra gli uomini, dal 24,3% al 16,8%). Infine, appena il 4,1% delle donne inattive del 2024 diventa occupata a distanza di 12 mesi (era il 5,9% nel 2023-2024); tra gli uomini la quota si attesta al 5,7% (era l’8,7%).
La permanenza nell’occupazione è aumentata in maniera più marcata nel Mezzogiorno riducendo i divari territoriali: la differenza tra Mezzogiorno e Nord è scesa da 1,8 a 1,0 punti percentuali. Si mantiene invece costante ed elevato il divario territoriale di chi transita, a distanza di 12 mesi, verso l’occupazione dall’inattività e, soprattutto, dalla disoccupazione (il 10,6% nelle regioni meridionali rispetto al 20,7% nel Nord e 23,1% nel Centro).
La permanenza nell’occupazione è aumentata di più tra chi ha al massimo la licenza media inferiore (pur rimanendo su un livello più basso); decisamente più ridotta, rispetto agli altri livelli di istruzione, la quota degli ingressi nell’occupazione (sia dalla disoccupazione sia dall’inattività), diminuita per tutti.
Gli stranieri, caratterizzati da una permanenza nell’occupazione più bassa rispetto agli italiani (95,8% contro 96,8%) seppur in aumento, mostrano una diminuzione della quota degli ingressi nell’occupazione più contenuta: tra i disoccupati si passa dal 27,7% al 25,2% (gli italiani dal 22,2% al 14,2%) mentre tra gli inattivi dal 7,7% al 7,1% (gli italiani dal 6,8% al 4,5%).
Tra i dipendenti a termine aumenta la permanenza nell’occupazione, ma diminuiscono le transizioni verso il tempo indeterminato
Nel 2024-2025, la permanenza nell’occupazione è prossima al 98% per i dipendenti a tempo indeterminato e i lavoratori autonomi, molto più elevata rispetto a quella dei dipendenti a termine (89,3%) e dei collaboratori (86,4%). Tuttavia, anche tra i dipendenti a termine la permanenza nell’occupazione è in aumento (+5,5 punti percentuali rispetto al 2023-2024), sebbene nel 74,9% dei casi si tratti di una permanenza nel tempo determinato (+11 punti percentuali rispetto al periodo precedente) e solo nel 13,6% dei casi di un passaggio a tempo indeterminato (-4,4 punti percentuali); stabile la transizione verso il lavoro autonomo (meno dell’1,0%), mentre è in diminuzione la quota di chi esce dall’occupazione (10,7%, -5,5 punti). Anche i collaboratori mantengono la stessa tipologia lavorativa nei tre quarti dei casi (+10 punti rispetto al 2023-2024), solo in meno del 2% dei casi diventano dipendenti a tempo indeterminato (valore dimezzato rispetto al 2023-2024) e il 13,6% esce dall’occupazione (era il 21,9% nel 2023-2024).
Prosegue l’aumento della permanenza nell’occupazione anche per i lavoratori a tempo indeterminato che, pur riguardando tutte le classi di età, è più marcata per la fascia di età 50-64 anni (+2,7 punti percentuali).
In aumento la permanenza nella condizione di occupazione a tempo parziale
I lavoratori a tempo parziale che, dopo 12 mesi, hanno ancora lo stesso regime orario sono l’87,9% nel 2024-2025, in aumento rispetto al precedente periodo (erano l’80% nel 2023-2024); tra le donne si sale rispettivamente all’89,8% e all’82,5%. L’aumento della permanenza nel part-time si accompagna alla diminuzione della transizione verso l’occupazione a tempo pieno (dall’8,7% al 5,5%; dal 7,1% al 4,2% tra le donne). Se si tratta di part–time involontario, aumentano sia la permanenza (dal 55,4% al 62,4%, dal 54,2% al 60,5% tra le donne) sia la transizione verso il part–time di altra natura (dal 6,2% al 7,7%, dal 6,7% all’8,6% tra le donne); diminuiscono, invece, l’uscita dall’occupazione (dal 12,2% al 6,9%; dall’11,7% al 6,6% tra le donne) e la transizione verso il tempo pieno (dal 9,7% al 6,7%; dall’8,1% al 5,3% tra le donne). Pressoché stabile la transizione dal part-time involontario verso il part–time volontario (16,4% nel complesso, 19% tra le donne).
Gli ingressi nell’occupazione
Tra il 2024 e il 2025, così come nel biennio precedente, l’entrata nell’occupazione avviene in più della metà dei casi con un lavoro a termine: il 50,2% entra come dipendente a tempo determinato (era 52,0% nel 2023-2024) e il 9,0% come collaboratore (era il 6,9%). Tra i nuovi occupati diminuisce la quota dei lavoratori autonomi, che scende dal 12,8% al 10,5%, mentre aumenta quella dei dipendenti a tempo indeterminato, che sale al 30,6% dal 28,3% del 2023-2024.
Tra i giovani di 15-34 anni, oltre i due terzi entrano nell’occupazione con un rapporto di lavoro a termine (il 67,7%, in lieve diminuzione dal 68,4% del 2023-2024) e circa un quarto con un rapporto a tempo indeterminato (26,6%, +3,5 punti percentuali), anche per effetto della riduzione degli ingressi come autonomi (da 8,5% a 5,7%).
Per le persone tra 35 e 49 anni si registra, invece, un aumento negli ingressi come dipendenti a termine e collaboratori (dal 50,2% al 55,5%) e un calo come dipendenti a tempo indeterminato (dal 33,1% al 29,8%) e autonomi (dal 16,6% al 14,7%).
Cresce la difficoltà per i dipendenti a tempo determinato di stabilizzare la propria condizione lavorativa a distanza di un anno: appena il 13,6% dei dipendenti a termine del 2024 ha un contratto a tempo indeterminato nel 2025, valore che era superiore di 4,4 punti percentuali nel 2023-2024. Tale dinamica ha riguardato tutte le classi di età e, ancora una volta, soprattutto quella centrale (il valore è sceso dal 18,4% al 13,0%).
L’ingresso precario nel mercato del lavoro è più diffuso e in aumento per le donne (il 60,8%, di cui il 51,6% dipendente a tempo determinato e il 9,2% collaboratore; era il 59,5% nel 2023-2024) rispetto agli uomini per i quali diminuisce (il 57,2%, di cui 48,7% e 8,5% rispettivamente; era il 58,2%). Anche la crescita dell’ingresso in part–time involontario (dal 25,3% al 26,6%) caratterizza soprattutto le donne, per le quali il valore è passato dal 32,4% al 33,8%; in leggera diminuzione il part–time volontario (dal 10,7% al 10,2%, dal 13,8% al 13,4% tra le donne). Complessivamente 42 nuovi ingressi su 100 nel 2024-2025 sono a tempo parziale, 53 se si considerano le donne.
I lavoratori vulnerabili
La maggior permanenza nell’occupazione, osservata tra il 2024 e il 2025 rispetto al biennio precedente, riguarda sia gli occupati standard – che nel 94,2% dei casi mantengono la stessa condizione (quota in crescita di due punti percentuali rispetto al 2023-2024) – sia gli occupati vulnerabili (dal 65,2% al 73,4%). Tra quest’ultimi, rispetto al passato, diminuiscono le transizioni verso la disoccupazione e l’inattività (dal 13,9% all’ 8,9%), ma anche quelle verso l’occupazione standard, che si realizzano solamente nel 7,9% dei casi (era 10,6% nel 2023-2024).
I lavoratori vulnerabili possono essere ulteriormente distinti tra coloro che hanno una vulnerabilità (dipendenti a termine e collaboratori, oppure dipendenti a tempo indeterminato e autonomi in part-time involontario) e coloro che sono doppiamente vulnerabili (dipendenti a termine e collaboratori in part-time involontario). Tra questi ultimi, oltre la metà (il 56,4%) a distanza di un anno continua a essere doppiamente vulnerabile, cui si aggiunge un ulteriore 30,7% che rimane occupato migliorando la propria condizione.
La probabilità di transitare verso il lavoro standard diminuisce all’aumentare del grado di vulnerabilità, mostrando un andamento in crescita tra i lavoratori quasi standard (dal 13,4% al 16,9%) a fronte della diminuzione tra coloro che hanno una sola vulnerabilità (dall’11,9% all’8,8%) e una sostanziale stabilità tra i doppiamente vulnerabili (dal 3,6% al 3,0%).
L’uscita dall’occupazione a un anno di distanza tra gli occupati standard scende all’1,9% nel 2024-2025 (dal 3,3% del 2023-2024) e all’8,9% (dal 13,9%) tra i lavoratori vulnerabili (cala all’8,1%, dal 12,6%, tra i lavoratori con una vulnerabilità e al 13,0%, dal 21,0%, tra quelli con due vulnerabilità).
L’ingresso nel mercato del lavoro più spesso si realizza con un’occupazione vulnerabile: il 67% di chi tra il 2024 e il 2025 ha trovato un’occupazione è entrato come lavoratore vulnerabile (il 19% doppiamente vulnerabile), a fronte di un 23% che entra come lavoratore standard e di un 10% che entra come lavoratore quasi standard.
I giovani e le donne, più spesso degli adulti e degli uomini, entrano con un lavoro doppiamente vulnerabile, fenomeno che riguarda il 23% dei 35-49enni (contro il 13% dei lavoratori più anziani) e il 23% delle donne che hanno trovato un’occupazione (13% tra gli uomini). Al contrario l’ingresso con un’occupazione standard caratterizza soprattutto i più anziani (31% contro 20% dei giovani) e gli uomini (26% contro 17% delle donne).
La probabilità di entrare nell’occupazione come lavoratore vulnerabile è più elevata e in crescita nel Mezzogiorno (70,4% nel 2024-2025, era 68,4% nel 2023-2024) rispetto al Centro (61,7%, era 66,5%) e al Nord (67,0%, era 64,9%), dove invece diminuisce. Nel Centro l’occupazione standard raggiunge la quota più elevata tra i nuovi occupati (29,6%), seguono il Mezzogiorno (22,5%) e il Nord (18,2%), che invece prevale nella quota dei lavoratori quasi standard (14,8%, rispetto all’8,7% del Centro e al 7% del Mezzogiorno).
L’ingresso nel mercato del lavoro con un’occupazione vulnerabile contraddistingue i livelli medio-bassi di istruzione, con valori prossimi al 70% rispetto al 61% osservato tra i laureati, che nel 29% dei casi entrano come lavoratore standard (quota che si ferma intorno al 20% per gli altri titoli di studio). In sintesi, il mercato del lavoro italiano mostra una maggiore stabilità rispetto al passato (continua ad aumentare sia la permanenza nell’occupazione sia la permanenza nella non occupazione), caratterizzata tuttavia da un forte invecchiamento della forza lavoro e da un difficile ricambio generazionale: la componente più anziana degli occupati ritarda l’uscita e oltre la metà dei nuovi ingressi avviene con contratti a termine (un’incidenza che sfiora il 70% tra i più giovani). Rispetto al biennio precedente, è diminuita la quota di dipendenti con contratto a tempo determinato che hanno stabilizzato la propria condizione lavorativa e quella di chi è riuscito a uscire da un regime orario part-time, soprattutto involontario. Dunque, si accentua la permanenza nella stessa condizione e diminuiscono le transizioni sia in entrata o in uscita dall’occupazione, sia verso posizioni lavorative più stabili.