Produzione editoriale

  1. Home
  2. /
  3. Produzione editoriale
  4. /
  5. Il lungo cammino dell’istruzione

Il lungo cammino dell'istruzione

Storie di dati – Le trasformazioni dell’Italia

Indice

L’analfabetismo e la scolarizzazione

Nel 1861, al momento dell’Unità d’Italia, tre persone su quattro di almeno 6 anni non avrebbero potuto capire questo testo perché non sapevano leggere. Oggi gli analfabeti sono meno dello 0,5%, ma per eradicare l’analfabetismo c’è voluto più di un secolo (Figura 1).

Nei primi decenni post-unitari, l’analfabetismo in l’Italia era più diffuso che negli altri maggiori paesi europei: nel 1871, la quota di analfabeti (il 68,8%) era analoga alla Spagna ma molto maggiore rispetto alla Francia (41%), al Regno Unito (circa un quarto degli adulti), e ai paesi della Confederazione germanica e dell’Impero austriaco (tra il 15 e il 20%), in cui l’istruzione pubblica era stata introdotta già a cavallo del 1770. Sottostanti il dato aggregato, vi erano forti differenze territoriali nell’accesso all’istruzione: considerando gli adolescenti tra i 12 e i 19 anni, in Piemonte gli analfabeti erano il 23,3%, in discesa dal 39,7% del 1861, mentre in tutte le Regioni del Mezzogiorno a eccezione della Campania l’incidenza rimaneva superiore all’80%. A queste differenze si accompagnava una rilevante disparità di genere: nell’insieme del Regno sapeva leggere e scrivere circa il 40% degli uomini adulti, ma meno di un quarto delle donne (Figura 2).

Nei decenni successivi i progressi sono stati graduali, e diseguali tra Nord e Sud e tra città e campagne, anche perché fino all’inizio del Novecento l’obbligo di erogare l’istruzione primaria era in capo ai Comuni, che in molti casi non disponevano delle risorse necessarie. La partecipazione piena all’istruzione elementare è stata raggiunta alla fine della Prima guerra mondiale (Figura 3), ma cent’anni fa – nel 1926 – non sapeva leggere e scrivere circa un quarto della popolazione di almeno 6 anni e il 13,5% degli sposi, in prevalenza giovani e quindi più istruiti, non poté sottoscrivere l’atto di matrimonio perché analfabeta: questo fenomeno è scomparso solo a metà degli anni Sessanta del secolo scorso (Figura 4).

All’alfabetizzazione degli adulti si è cercato di provvedere in diversi modi: dai corsi per i militari di leva (che contribuiscono a spiegare il differenziale di genere nel periodo prebellico), all’istituzione delle scuole serali e, nel Secondo dopoguerra, con le scuole popolari: i corsi di queste ultime, che realizzavano anche attività di formazione, nei venticinque anni tra il 1947-48 e il 1971-72 furono frequentati da 7,7 milioni di persone, tra cui quasi 2,9 milioni di adulti analfabeti, con una presenza di donne all’incirca paritaria dalla metà degli anni Cinquanta. Merita inoltre di essere ricordato il primo esempio di insegnamento a distanza in forma radiotelevisiva realizzato in Italia dalla Rai: la trasmissione “non è mai troppo tardi” andata in onda tra il 1960 e il 1968.

La crescita dell’istruzione superiore

I progressi nell’istruzione superiore sono stati più tardivi, ma anche più rapidi. Nel 1951, il 90% della popolazione di 6 anni e oltre disponeva al più della licenza elementare: il 5,9% aveva la licenza media, il 3,3% un diploma e appena l’1% un titolo universitario. Oggi, oltre metà dispone almeno di un diploma secondario superiore e il 16% di un titolo terziario (Figura 5).

Cent’anni fa, nel 1926, si laureavano meno di 8.000 persone l’anno; a distanza di 50 anni, nel 1976 erano 72.000, divenuti 171.000 nel 2001 e – in seguito all’introduzione delle lauree di primo livello – oltre 400.000 del 2024; la quota femminile era del 15% nel 1926 e circa il 30% negli anni Cinquanta, ma ha superato stabilmente quella maschile a partire dal 1991 (Figura 6).

I giovani nel confronto europeo

Nel 2024, il 31,6% dei 25-34enni ha conseguito un titolo universitario (il 38,5% tra le donne) e solo il 19,3% ha al più la licenza media.  Tuttavia, nel confronto europeo l’Italia resta tra i paesi con l’incidenza maggiore di giovani poco istruiti (pure in forte calo rispetto al 2004) e, complice la scarsa diffusione delle qualifiche post-diploma, è penultima per i titoli terziari. Sul territorio l’incidenza dei laureati supera il 35% (e il 45% tra le donne) in diverse regioni del Centro-Nord, ma è inferiore al 25% in Puglia e Sicilia (Figura 7).

L’orientamento degli studi terziari si è evoluto considerevolmente negli ultimi 100 anni, per l’ampliamento nell’offerta formativa associato alla diversificazione della domanda di professionalità e, più di recente, per gli effetti dell’introduzione delle lauree brevi: in quota, sono diminuite le lauree con orientamento tecnico-scientifico e ancora di più quelle in giurisprudenza, scese da più di un quinto al 6% del totale, a beneficio dei gruppi economico-statistico, politico-sociale e delle scienze umane. Vi sono, tuttavia, forti differenze per genere, che si riflettono sulle opportunità di occupazione e reddito: i laureati con indirizzo tecnico-scientifico sono circa la metà del totale tra i maschi e poco più del 30% tra le femmine (fino a un rapporto di 3 a 1 per ingegneria e architettura). Le donne sono meno rappresentate anche nelle discipline economico-statistiche e, di converso, nel 2024 in quasi la metà dei casi hanno conseguito titoli universitari in scienze umane e sociali (esclusa l’economia), una proporzione doppia rispetto agli uomini (Figura 8).

Dati e approfondimenti


  1. La scarsa adesione all’obbligo scolastico, introdotto con l’estensione al Regno d’Italia della legge Casati del Regno di Sardegna del 1859, portò nel 1877 a un nuovo intervento legislativo, con la legge Coppino. L’erogazione dei servizi restava però demandata ai Comuni su fondi propri. L’avocazione allo Stato dell’istruzione elementare avvenne solo nel 1911, con la legge Daneo-Credaro, che prevedeva anche aiuti materiali (scarpe, libri) per le famiglie più bisognose. L’organizzazione del sistema d’istruzione e la durata dell’obbligo scolastico sono cambiati nel tempo: da un biennio obbligatorio con la legge Casati a tre anni con la legge Coppino; l’obbligo fu prolungato fino al 12mo anno d’età con la legge Orlando del 1904, che prevedeva l’obbligo per i Comuni di erogare il servizio almeno fino alla quarta, introducendo forme di assistenza per le famiglie e i Comuni con bilanci più poveri. La formazione richiesta al corpo docente era spesso assai modesta, così come i salari dei maestri, in particolare nei Comuni più poveri. Inoltre, le risorse per finanziare l’educazione degli adulti, pure prevista nella legge Coppino cit., restarono molto limitate fino al secondo dopoguerra. Nelle città, inoltre, l’alfabetizzazione era più diffusa rispetto al territorio circostante, anche per la concentrazione di ceti professionali: ad esempio, nel 1871 nel comune di Milano gli adulti analfabeti erano il 17,6%, mentre nell’insieme della provincia raggiungevano il 40%.
  2. Qui misurata in maniera approssimata come iscritti rispetto alla popolazione tra 5 e 9 anni, al lordo dei ripetenti.
  3. Questo indicatore utilizzato per stimare la quota storica minima di analfabeti, dato che si può sapere firmare senza sapere veramente leggere e scrivere, in Francia nel 1926 era intorno all’1% degli sposi (Insee, Annuaire Statistique 1951 ripreso in UNESCO  1957, tavola 3).
  4. Con circa 12.000 classi, 150.000 adulti organizzati in gruppi di ascolto e altri 500.000 ascoltatori regolari.
  5. Nello stesso periodo, la popolazione tra i 20 e i 29 anni – di riferimento per gli studi universitari – è salita da 6,6 milioni nel 1926 fino a un picco di 9,2 milioni nel 1992, riducendosi poi fino ai circa 6,0 milioni attuali. Rispetto alla popolazione di questa fascia d’età il progresso registrato è quindi minore fino all’inizio degli anni Novanta e assai maggiore in seguito: negli ultimi 25 anni, il flusso di laureati magistrali/a ciclo unico è cresciuto del 50% in rapporto ai 20-29enni, pur rimanendo stabile in valore assoluto.
  6. Si tratta di una caratteristica comune: nell’insieme dell’Ue27 il vantaggio femminile nella stessa fascia d’età è di 11,2 punti percentuali.
  7. Il dato italiano supera di 5,4 punti quello dell’Ue27 nel caso della bassa istruzione ed è di 12,4 punti inferiore per i titoli universitari. L’evoluzione dei giovani con bassa istruzione risente della riduzione degli abbandoni scolastici, e per i 20-24enni oggi è scesa sotto la media Ue27 (il 13,5 contro il 14,9%). Analogamente, tra i 25-29enni l’Italia passa da ultima a quartultima nella quota di laureati e – al netto dei titoli ISCED 5 (biennali post-diploma) la produzione di titoli terziari in rapporto alla popolazione 20-29 (verifica sui numeri Ue27, più generosi rispetto a quelli ministeriali) è in linea con quella media Ue.

Ti è stata utile questa pagina?

    Gli aggiornamenti di Istat ogni settimana