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L’agricoltura italiana cambia pelle: tra efficienza, sostenibilità e nuove abitudini alimentari

L’agricoltura italiana sta cambiando. Superfici che si riducono, abitudini alimentari che si trasformano, nuove colture che avanzano e alcune produzioni storiche che arretrano. Tutto questo in un Paese, come l’Italia, che occupa il quinto posto nell’Ue per superficie agricola utilizzata (l’8,7% del totale), dopo i tre colossi Francia, Spagna e Germania. I dati Istat sulle Produzioni agricole e zootecniche del 2025 raccontano un settore in piena trasformazione, tra sfide climatiche, nuovi consumi e una crescente dipendenza dall’estero per alcuni beni fondamentali. Ne abbiamo parlato con Roberto Gismondi che in Istat dirige il Servizio Statistiche e rilevazioni sull’agricoltura, nella Direzione centrale per le Statistiche ambientali e territoriali.

Roberto, i dati mostrano cali importanti nella produzione di mais e grano. Cosa sta succedendo all’agricoltura italiana?

Stiamo osservando una riorganizzazione profonda. Le superfici coltivate si riducono: il mais ha perso oltre il 51% della superficie in vent’anni, il grano duro il 15,5%, le aziende si concentrano sui terreni più fertili e produttivi. Il risultato è che la produzione diminuisce ma la resa per ettaro cresce: per il mais è aumentata del 17,4%, per il grano duro del 7,4%. È una scelta pragmatica.

A cosa dobbiamo questa “virata”?

Dipende da fattori diversi. In parte dalla perdita di fertilità di alcune superfici – anche a causa di monocolture e uso prolungato di fertilizzanti, pratiche che a lungo andare tendono ad esaurire i terreni –  e questo ha spinto gli agricoltori a concentrarsi sui terreni più fertili, come dicevamo; poi dobbiamo considerare che importiamo a prezzi competitivi da altri Paesi. Ad esempio, anche se la produzione di grano duro diminuisce, produciamo e soprattutto esportiamo grandi quantitativi di pasta, quindi il frumento per produrla spesso arriva da Paesi Ue ed extra Ue. Nel 2025 la quantità importata è quasi il doppio di quella prodotta. Anche l’importazione di mais supera la quantità di quello che produciamo, con la conseguenza che per i nostri allevamenti cresce la dipendenza dai mercati internazionali dei mangimi.

Come si è arrivati a questo scenario?

Possiamo distinguere due momenti chiave. Il decennio 2006-2016 è stato segnato da fortissime oscillazioni produttive, legate all’instabilità dei prezzi, ai costi d’impresa e ai primi impatti climatici. Dal 2017 ad oggi le oscillazioni si sono attenuate verso una maggiore stabilità, sostenuta anche dal legame con le filiere industriali e d’esportazione: quella della pasta, per esempio, ancora oggi mantiene il frumento duro tra le colture più strategiche del Paese.

Mentre i cereali tradizionali arretrano, cosa cresce? E perché?

Crescono le colture legate all’allevamento e alla produzione di proteine vegetali. La soia è quasi raddoppiata in produzione (+94,6%) in vent’anni, in linea con le strategie europee per ridurre la dipendenza dalle importazioni di mangimi. Crescono gli erbai monofiti (+97,1%), sempre più integrati con gli allevamenti. E cresce la resa del pomodoro da industria (+18,5% per ettaro), una delle eccellenze italiane sui mercati internazionali. In questo quadro, l’Italia copre il 37,9% della produzione europea di soia, affiancando a questa specializzazione nuove forme di agricoltura sostenibile e circolare.

E la frutta?

Anche per le coltivazioni fruttifere la tendenza è al calo della produzione. Su 14 specie coltivate, 11 sono in calo. Le uniche specie in crescita sono la clementina, il kiwi e la mela. Clementina e kiwi testimoniano l’assecondare il gusto dei consumatori, la mela rispecchia la forte specializzazione della melicoltura italiana, localizzata al Nord. Anche per le coltivazioni frutticole la concorrenza internazionale gioca un ruolo rilevante. Negli ultimi vent’anni le specie che hanno registrato le contrazioni produttive più rilevanti – pesca, pera, mandorla e nocciola – hanno visto crescere in quantità le importazioni dall’estero. Nel 2025, i volumi delle importazioni di mandorla e nocciola hanno quasi raggiunto i rispettivi livelli produttivi nazionali. 

Come sta cambiando, invece, il settore degli allevamenti e cosa ci dicono i dati sui consumi di carne?

In linea con la tendenza europea, si riduce il numero complessivo di capi allevati, in particolare ovini (-28,1%), suini (-15,6%) e bovini (-12,2%). Le macellazioni di carne rossa sono in calo del 40,9%, mentre crescono quelle di carni avicole (+56,8% in peso macellato), spinte da costi più contenuti e da nuove abitudini alimentari. C’è una nuova sensibilità alla sicurezza e diminuisce il consumo di carni rosse. Sul fronte del latte, pur con un numero inferiore di capi, la produzione è aumentata del 27,2% grazie alla crescita della produttività per capo (+54,0%).

Per saperne di più leggi il Report completo.

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