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I cambiamenti del lavoro, tra progressi e ritardi

Storie di dati – Le trasformazioni dell’Italia

Indice

Nel 1861 gli occupati sono 15,5 milioni1, pari a oltre il 70% della popolazione ai confini dell’epoca2: pochi bambini vanno a scuola e la maggior parte lavora, come quasi tutte le persone in grado di farlo, con un impegno in attività perlopiù poco qualificate e prive di tutele3 , spesso in ambito familiare. Nel 2025 gli occupati sono oltre 24 milioni e rappresentano il 41% della popolazione. In oltre 150 anni la partecipazione al lavoro e le sue condizioni e caratteristiche hanno subìto cambiamenti profondi, legati a quelli della società e dell’economia del Paese.

Dalla campagna, alla fabbrica, ai servizi

Letto attraverso la lente del lavoro, il cambiamento dell’Italia inizialmente è lento: nel 1861 l’agricoltura assorbe il 70% dell’occupazione, nel 1901 oltre il 60% e nel 1936 ancora circa la metà. Nel Secondo dopoguerra, invece, nell’arco di un trentennio, si realizza dapprima il passaggio a un’economia industriale e successivamente a quella dei servizi: al Censimento del 1961, l’industria è il primo settore per occupazione, arrivando al 44% nel 1971; dagli anni Sessanta decolla anche l’occupazione terziaria, che già nel 1981 rappresenta quasi la metà del totale. Nel 2025 il 70% degli occupati lavora nei servizi, poco più di un quarto nell’industria e appena il 3,5% in agricoltura (Figura 1). Tuttavia, lo sviluppo dei servizi in Italia è inferiore rispetto alle altre principali economie dell’Ue e, come in Spagna, resta relativamente orientato ad attività tradizionali quali commercio e ricettività4 (Figura 2).

In connessione con l’evoluzione della struttura produttiva vi è la forte riduzione del lavoro indipendente associato all’agricoltura e alle attività artigiane. All’inizio del ‘900, il 60% dei lavoratori svolge un’attività autonoma e oggi poco più del 20%; nonostante la riduzione, consolidatasi nell’ultimo ventennio, in Italia il lavoro non dipendente continua a essere più diffuso rispetto alla Spagna, alla Francia e, soprattutto, alla Germania (Figura 3).

Il lavoro dipendente standard, cioè a tempo pieno e indeterminato, è oggi la forma prevalente di occupazione (58% nel 2025), ma nell’ultimo trentennio è cresciuta la rilevanza delle forme contrattuali flessibili5: l’occupazione a tempo determinato (l’11% del totale nel 2025) e quella a tempo parziale (16%). L’Italia si colloca in una posizione intermedia tra le economie dell’Ue per quota di part-time, ma si caratterizza per la maggiore incidenza di quello involontario (accettato in mancanza di occasioni a tempo pieno), pari all’8% del totale degli occupati (nel 70% dei casi sono donne), contro un valore medio europeo del 3% (Figura 4).

Occupati sempre più istruiti e meno giovani

L’evoluzione dell’economia si accompagna al notevole aumento del livello di istruzione della popolazione, ancora più marcato tra gli occupati: alla fine degli anni ‘70 otto lavoratori su 10 avevano al più la licenza media e i laureati erano appena il 4%; oggi gli occupati con bassa istruzione sono il 26% del totale, come i laureati. Tra le donne la crescita della quota di laureate tra le occupate è stata più accentuata, e oggi queste rappresentano oltre un terzo del totale (Figura 5).

Con la diffusione e il prolungamento dell’istruzione, la partecipazione al mercato del lavoro si è ridotta prima per i più giovani (fino a 19 anni) e, negli ultimi vent’anni, anche per la classe 20-29 anni: nel 1955, i giovani sotto i 30 anni rappresentavano oltre un terzo degli occupati, mentre oggi sono poco più del 10%. La quota di occupazione dei lavoratori di 60 anni e più, invece, si è prima ridotta (dall’8,5% nel 1955 fino al 4,1% nel 2005),per effetto della diminuzione del lavoro agricolo, del miglioramento dei trattamenti previdenziali e del ricorso ai pensionamenti anticipati, per poi crescere rapidamente (fino al 15% nel 2025), per l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della speranza di vita, l’entrata tardiva nel mercato e l’innalzamento dell’età pensionabile6 (Figura 6). L’effetto dell’invecchiamento è stato solo parzialmente compensato dalla crescita della quota di occupati stranieri, dal 5% nel 2005 all’11% del 2025, caratterizzati da un’età mediamente inferiore (Figura 7).

Negli ultimi 20 anni la crescita degli occupati, di quasi 1,8 milioni, riguarda unicamente gli individui di 50 anni e più (mezzo milione con almeno 65 anni). Al netto dei fattori demografici, nello stesso periodo, il tasso di occupazione è diminuito di 8 punti per i 15-24enni e di 1 punto per i 25-34enni, mentre è aumentato di 2 punti per i 35-49enni, di ben 23 punti tra i 50-64enni e di 3 punti tra i 65-89enni. Nel complesso, nel 2025 il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni in Italia è pari al 62,5%, di 8,5 punti percentuali inferiore rispetto all’insieme dell’Ue (71,0%); a confronto col 2005 i tassi sono aumentati di 5,2 punti in Italia, e 8,9 nell’Ue, con un conseguente allargamento del divario.

Il lavoro femminile

Alla fine dell’Ottocento le donne rappresentano circa il 40% degli occupati, in larga parte impegnate nell’agricoltura e nelle industrie tessili (nei decenni post-unitari costituiscono oltre metà dei lavoratori nell’industria); in seguito l’occupazione femminile diminuisce, fino a circa il 25% negli anni ’50 e ’60, quando il miracolo economico e la diffusione dell’occupazione industriale consolidano la figura dell’uomo come unico percettore di reddito in famiglia. La partecipazione delle donne al lavoro retribuito torna ad aumentare dagli anni ’70, fino a quasi il 43% degli occupati nel 2025, con una forte concentrazione nel terziario (Figura 8). Tra il 1977 e il 2025 il tasso di occupazione femminile cresce in modo quasi continuo, nel complesso di 20 punti; quello maschile, più influenzato dalle dinamiche cicliche, diminuisce di oltre 3 punti (Figura 9).

La crescita dell’occupazione femminile ha beneficiato delle opportunità lavorative offerte dall’espansione del terziario e del lavoro a orario ridotto, ma si lega soprattutto all’aumento della quota di donne più istruite. Restano quasi invariate le differenze nel tasso di occupazione per livello di istruzione, che per le donne con bassa istruzione è circa 50 punti percentuali inferiore a quello delle laureate; nonostante la crescita il tasso di occupazione femminile oggi è ancora di quasi 18 punti inferiore a quello degli uomini e l’Italia è il Paese europeo con il valore più basso, inferiore di circa 9 punti rispetto alla Spagna, 13 alla Francia e 20 alla Germania, con tassi di occupazione più bassi in Italia soprattutto per le donne con istruzione media e bassa (Figura 10).

Le differenze territoriali

Dalla seconda metà degli anni ’80 il divario territoriale nei tassi di occupazione si è ampliato, e il Mezzogiorno ha risentito maggiormente dalla doppia crisi 2009-2013, recuperando i livelli occupazionali del 2008 soltanto nel 2024 (il Centro-Nord già nel 2017): tra il 1977 e il 2025 il tasso di occupazione è cresciuto di appena un punto nel Mezzogiorno e di 13 nel Centro-Nord, portando il differenziale tra i tassi da 7 a 19 punti percentuali (Figura 11). In particolare, nelle regioni meridionali la crescita del tasso di occupazione femminile è stata molto più contenuta, tanto che il livello attuale è simile a quello del Centro-Nord alla fine degli anni ’70, mentre per gli uomini il valore dell’indicatore è diminuito di oltre 10 punti, a fronte di una sostanziale stabilità nel Centro-Nord (Figura 12).

Tuttavia, ilMezzogiorno è caratterizzato anche da una forte eterogeneità nei livelli e nell’evoluzione dei tassi di occupazione: l’aumento del divario con il resto del Paese, osservato negli ultimi trent’anni, è stato particolarmente marcato per Calabria, Campania e Sicilia che, insieme alla Puglia, sono le regioni con la maggior variabilità tra le province; nelle altre regioni meridionali, invece, la dinamica del tasso di occupazione è stata simile o più favorevole di quella del Centro-Nord, pur restando su livelli più bassi (Figura 13).

Dati e approfondimenti


  1. I dati censuari fanno riferimento alle persone in condizione professionale (occupati ed ex occupati), che dal 1861 al 1961 sono dai 10 anni in su. ↩︎
  2. L’Italia non comprendeva Lazio e Triveneto. ↩︎
  3. Il lavoro minorile è stato normato per la prima volta con una soglia minima di 9 anni nel 1886 dalla Legge Berti, età portata a 12 anni nel 1902 (Legge Carcano, che ha introdotto anche il congedo di maternità) e poi a 15 nel 1967 (L.977). L’introduzione delle pensioni di vecchiaia per operai risale al 1898 come forma di assicurazione volontaria, e l’obbligatorietà dell’assicurazione pensionistica al 1919, attraverso l’istituzione della Cassa Nazionale delle Assicurazioni Sociali, trasformata nel 1933 nell’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale (INFPS) e, dal 1943,  nell’INPS. ↩︎
  4. In particolare, si osserva un’incidenza minore dell’occupazione nei servizi collettivi (pubblica amministrazione, istruzione e sanità), che in Italia pesa il 20,3%, contro il 22,9% in Spagna e il 29% circa in Francia e Germania, dove sono più sviluppati anche i servizi finanziari e quelli ICT. ↩︎
  5. In Italia, la stabilità del lavoro è stata normata nel 1962 (legge n. 230), stabilendo che il contratto di lavoro dipendente è a tempo indeterminato, salvo ipotesi tassative (stagionalità, punte di attività eccezionali). Le tutele sono state ampliate con lo Statuto dei lavoratori del 1970 (legge n. 300). Alla flessibilizzazione delle condizioni occupazionali hanno invece contribuito il pacchetto Treu (1997), la legge Biagi (2003) e il Jobs Act (2015). ↩︎
  6. Soprattutto con la riforma Fornero del 2011 che inasprisce i requisiti per accedere alla pensione anticipata e velocizza il passaggio al sistema contributivo, già introdotto con la riforma Dini del 1995. ↩︎

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